Integratori da assumere nei cambi di stagione

Il “cambio di stagione” è un fenomeno che tutti ci troviamo ad affrontare più volte nel corso dell’anno e, in particolare, in due momenti ben precisi, da marzo ad aprile e da ottobre a novembre, coincidenti con la primavera e l’autunno.

Spesso i cambi di stagione sono accompagnati da una situazione di stanchezza, spossatezza e affaticamento, possono favorire l’attacco da parte di virus e batteri, dando luogo a malattie di tipo stagionale, non gravi, ma comunque fastidiose, che possono costringerci a riposo per qualche giorno.

I sintomi del cambio di stagione sono reali, come dimostrato da diversi studi scientifici, in quanto rispondono ad una specifica condizione medica detta astenia, che colpisce la maggior parte delle persone anche se solamente alcuni mostrano i sintomi in modo piuttosto evidente.

È proprio per evitare l’astenia che si possono assumere opportune integrazioni alimentari quando il clima, la temperatura e le ore di luce stanno per cambiare. In questo articolo cercheremo di capire quali prodotti sono più utili per affrontare al meglio di cambia di stagione.

 

Perché con i cambi di stagione stiamo male

Le motivazioni alla base del malessere dell’organismo sono più di una. Il cambio di stagione ha delle influenze negative sul ritmo circadiano, che causano una secrezione maggiore (in autunno) o minore (in primavera) di melatonina endogena, prodotta al buio. A causa di questo sfasamento, l’organismo necessita di un pò di tempo per riadattarsi e, specialmente in autunno, poiché la melatonina stimola il sonno, ci sentiamo più affaticati.

Anche il cambio di temperatura concorre ai sintomi dell’astenia: il suo abbassamento o innalzamento modifica la nostra capacità termoregolatoria, e questo rende necessario un adattamento dell’organismo per ottenere una funzione più stabile. È soprattutto a causa di questo processo, e della discesa delle difese immunitarie che, nei cambi di stagione, si lascia spazio alla proliferazione dei batteri e dei virus.

Non ultimo, anche se oggi non è più così determinante, anche il cambio di alimentazione fa la sua parte. Si passa da un’alimentazione più grassa e ricca tipica dell’inverno ad una più fresca e variata tipica dell’estate; nutrienti diversi vengono metabolizzati dall’organismo in modo differente e ciò contribuisce all’insorgenza dei sintomi sopracitati.

Alcune persone arrivano a sviluppare addirittura i sintomi di una depressione, tanto grave da dover essere curata con farmaci, per i quali è necessaria la prescrizione medica. Per fortuna queste situazioni non sono molto frequenti e i sintomi più lievi, che toccano la maggior parte della popolazione, possono essere risolti con opportune integrazioni alimentari naturali. Vediamo quali e a che cosa servono.

 

Integratori alimentari per i cambi di stagione

  • AHCC: si tratta di una delle integrazioni più importanti per affrontare al meglio i cambi di stagione. Poiché tante sono le cause che possono concorrere all’abbassamento dell’efficienza del sistema immunitario, AHCC è utile per stimolare la moltiplicazione dei leucociti, tenendo alto il tono delle cellule immunitarie. Integrarlo permette pertanto di supportare attivamente il sistema immunitario nella sua attività continua, evitando le malattie infettive batteriche e virali, tra cui il semplice raffreddore, con cui generalmente si ha a che fare nei cambi di stagione.
  • Vitamine del gruppo B: sono le vitamine che, insieme alla D, sono più carenti nella popolazione, in particolare nei cambi di stagione. In particolare la vitamina B6 è quella maggiormente responsabile della risposta alla stanchezza, in quanto la sua carenza si caratterizza proprio per sintomi come apatia e sonnolenza. Se la nostra dieta non ne contiene abbastanza, può essere un’integrazione utile.
  • Omega-3: derivati dal pesce, hanno effetti antinfiammatori e, per quanto riguarda uno specifico Omega-3 (il DHA) anche effetti antidepressivi, in quanto migliorano la situazione del sistema nervoso. L’integrazione degli Omega-3 è particolarmente utile per alleviare i dolori tipici del cambio di stagione, cercando al contempo di evitare anche l’instaurarsi di malattie infettive.
  • Sali minerali: il cambio di alimentazione causa una serie di carenze nutrizionali che possono essere risolte con opportune integrazioni. I minerali sono tutti importanti, anche se sarebbe opportuno analizzare la nostra alimentazione con l’aiuto di un nutrizionista cercando di capire quali minerali manchino nella nostra dieta specifica. Una tipica carenza è quella di zinco, accompagnata dalle carenze di potassio, magnesio e cromo, tutti minerali facilmente integrabili per mezzo di prodotti naturali.
  • Vitamina D: questa vitamina è generalmente carente nella nostra alimentazione, ma l’integrazione diventa particolarmente importante quando non riusciamo più a produrla grazie all’esposizione al sole; in tal caso risulta necessario assumerla tramite integrazioni. Il momento principale in cui si presenta questa necessità è il cambio dalla stagione estiva a quella autunnale e poi invernale. La carenza di vitamina D ha effetti depressivi, e l’integrazione è quindi utile sia per gli effetti diretti che essa ha sul nostro organismo sia per evitare i disturbi della depressione.
  • Triptofano: si tratta di un amminoacido che interessa direttamente la capacità di gestire le emozioni, la cui carenza può portare a rabbia, ansia, aggressività. Un’opportuna integrazione di questo amminoacido consente di migliorare l’umore generale, in particolare per le persone che soffrono molto i cambi di stagione.

Coadiuvante naturale nel trattamento della malattia di Lyme

La Malattia di Lyme, o Borreliosi di Lyme, dal nome della cittadina americana in cui fu descritto il primo caso, è una delle principali malattie trasmesse dalle zecche.

Si tratta di una patologia che porta alcuni sintomi istantanei ed altri che si manifestano sul lungo e, addirittura, lunghissimo termine. I sintomi, da acuti, tendono spesso a cronicizzare. Questo è un problema perché, se nella fase iniziale gli antibiotici specifici contro il batterio che causa la patologia sono generalmente efficaci, con il passare del tempo si ha una situazione nella quale i sintomi diventano molto più difficili da controllare.

In questa pagina cercheremo di capire come funziona questa patologia e perché l’AHCC può essere un valido aiuto specialmente nella fase cronica della malattia.

 

La malattia di Lyme

La malattia di Lyme è causata dal batterio Borrelia burgdorferi, che può infettare tantissime specie animali, generalmente mammiferi selvatici come i cervi ma anche roditori, caprioli, volpi, lepri e in alcuni casi, più rari, anche mammiferi domestici tipo il cane. La borreliosi però, non si trasmette direttamente, a differenza del raffreddore e della salmonella, ma esclusivamente quando il batterio viene iniettato direttamente nel sangue.

E’ quindi una malattia trasmissibile tramite vettore, con un comportamento simile a quello della malaria. La differenza è che, in questo caso, il vettore non sono le zanzare ma le zecche, in particolare le zecche del genere Ixodes, che si trovano principalmente sugli animali selvatici. Il fatto che il cane non sia particolarmente in grado di trasmettere la malattia dipende dal tipo di zecche che si attaccano alla sua pelle, generalmente del tipo Dermacentor, non mantengono il batterio al loro interno.

La zecca deve mordere un animale infetto, quindi staccarsi spontaneamente dopo alcune settimane per deporre le proprie uova. Nelle zecche recettive, il batterio assunto con il morso resiste, ed è così che, pungendo gli esseri umani, possono inocularlo direttamente all’interno del sangue.

La puntura della zecca solitamente è ben evidente, anche perché piuttosto dolorosa e, se è presente il batterio, la sintomatologia è tipica: nel punto in cui c’è stata la puntura si forma una macchia rossa, eritematosa, che tende ad allargarsi sempre di più sulla pelle.

Il batterio, però, rimane nella cute solamente per un breve periodo di tempo, dopo il quale inizia a migrare principalmente tramite la circolazione linfatica, per diffondersi poi nell’organismo dove rimane anche per lungo tempo. Il sistema immunitario reagisce, e questo provoca la presenza di anticorpi specifici contro il batterio, che vengono utilizzati anche per diagnosticare la malattia nella forma cronica, quando il sintomo primario, l’arrossamento cutaneo, non è più presente.

La presenza del batterio porta a sintomi di vario tipo, che sono per lo più dovuti proprio alla presenza di questi anticorpi che causano un’infiammazione costante: artriti croniche, problemi muscolo-scheletrici, malessere, spossatezza (simili a quelli dell’influenza), e poi cefalea e dolore muscolare e articolare. In alcuni pazienti, una piccola parte, si hanno anche una serie di alterazioni neurologiche dovute all’infiammazione dei nervi cranici.

 

Il trattamento e la funzione di AHCC

Il trattamento della borreliosi è principalmente antibiotico, specialmente nella prima fase della malattia, per ridurre la sintomatologia precoce e, in certi casi, limitare la diffusione del batterio all’interno dell’organismo, evitando quella tardiva.

Sintomi che sono, quindi, i più problematici, perché le localizzazioni del batterio lo rendono difficile da attaccare con il trattamento antibiotico, e l’azione difensiva del sistema immunitario tende a peggiorare (invece che a migliorare) la situazione generale, tanto che si fa ricorso agli antinfiammatori per ridurre il dolore, soprattutto quello articolare e quello muscolare.

È in questo ambito che si inserisce AHCC: grazie alla sua capacità modulatoria del sistema immunitario. L’AHCC riesce a nutrire alcune linee cellulari, facendole proliferare; queste linee fanno parte dell’immunità aspecifica, cioè attaccano tutti i patogeni, compresa la Borrelia, senza però produrre anticorpi, che sono la causa della sintomatologia principale.

In questo modo abbiamo un doppio effetto: da un lato si migliora l’attacco del sistema immunitario contro il batterio, mentre dall’altro si riduce l’attività del sistema immunitario specifico, quello che libera anticorpi stimolando l’infiammazione nei vari distretti dell’organismo.

Questa funzione è molto utile, in generale, nel caso di malattia cronica; inoltre, non interagisce né con la terapia antinfiammatoria, né con quella antibiotica (che rimane fondamentale, ma generalmente viene limitata per evitare la crescita di batteri resistenti che sarebbero difficili da debellare). Stimolare il sistema immunitario con AHCC costituisce un valido supporto nella malattia, per evitare i sintomi più “pesanti” che si manifestano a lungo termine.

AHCC nelle aspergillosi

Le aspergillosi sono malattie parassitarie causate da funghi opportunisti, che possono proliferare in modo incontrollato e diffondersi nei tessuti dell’organismo.

Si tratta di una patologia generalmente non preoccupante ma che, in alcune specifiche situazioni, può avere una forte diffusione a livello degli organi portando a condizioni anche molto gravi. L’aspergillosi può essere curata con degli specifici medicinali, detti antifungini che, tuttavia, non sempre si dimostrano efficaci allo scopo. Un aiuto al trattamento farmacologico arriva dall’AHCC, una molecola di estrazione fungina, che stimola il sistema immunitario a reagire esso stesso contro l’aspergillo, potenziando l’azione dei farmaci.

 

Aspergillosi: cos’è e come si diffonde

L’aspergillosi è la patologia causata dalla crescita e dalla proliferazione dei funghi del genere Aspergillus. Questi funghi sono molto comuni nell’ambiente, o meglio lo sono le loro spore, che possono essere facilmente inalate per via respiratoria. Le spore fungine entrano quindi costantemente all’interno del nostro organismo;  in situazioni normali sono tenute sotto controllo dal sistema immunitario e non rappresentano in alcun modo un problema per la salute.

I fattori di rischio che consentono la proliferazione, praticamente incontrollata, dell’Aspergillus, sono  condizioni di immunodepressione, caratterizzate da una diminuzione anche importante dei globuli bianchi. Nel dettaglio:

  • neutropenie generiche, ad esempio i difetti di produzione da parte del midollo osseo, o patologie congenite che causano una riduzione della produzione dei globuli bianchi;
  • terapie prolungate con i corticosteroidi, che abbassano la funzione immunitaria;
  • trapianti d’organo, che possono portare ad una leucopenia;
  • immunodeficienze acquisite che riguardano i linfociti, come nelle infezioni da HIV.

In queste situazioni, il fungo si diffonde soprattutto nei polmoni, ma anche nelle cavità nasali e nel canale uditivo. La diffusione non controllata può quindi portare all’invasione dei vasi, e con essa alla diffusione del fungo a varie aree dell’organismo causando polmonite, sinusite e, a volte, anche necrosi emorragica, fino ad arrivare, nei casi peggiori, all’infarto.

La diagnosi della malattia è relativamente semplice, perché sulla base di indagini generiche come le radiografie polmonari, si può eseguire un esame colturale del liquido interessato, rilevando così direttamente la presenza del fungo.

Per quanto riguarda la terapia, generalmente si agisce con specifici farmaci antifungini che hanno azione specifica su questo fungo. Sono più rari, invece, gli interventi chirurgici, che tuttavia si rendono necessari nei casi in cui vengano a crearsi gli aspergillomi, delle vere e proprie masse formate da conglomerati di funghi.

Da notare che, tuttavia, i farmaci, seppur efficaci, hanno un effetto limitato: infatti, poiché è impossibile eliminare completamente il fungo (che, ricordiamo, troviamo comunemente nell’aria e quindi verrà inalato nuovamente), è necessario risolvere l’immunodepressione che sta alla base del problema. E’ in questo senso che può essere d’aiuto un integratore alimentare a base di AHCC, ottimo coadiuvante della terapia per l’aspergillosi.

 

AHCC nel trattamento dell’aspergillosi

L’AHCC è il principio attivo estratto da un fungo, Lentinula edodes, in grado di potenziare l’attività del sistema immunitario. Da notare, per prima cosa, che AHCC non agisce direttamente sul fungo, pertanto non può in alcun caso sostituirsi alle terapie antifungine tradizionali. Il meccanismo d’azione si basa sulla risoluzione dell’altro problema, ovvero l’immunodeficienza, poiché potenziando l’effetto del sistema immunitario che, da solo, riesce a tenere meglio sotto controllo l’infezione, si potenzia indirettamente anche l’azione del farmaco antifungino, che distrugge i funghi in modo migliore, evitando la continua riproduzione degli stessi.

Da questo punto di vista, un interessante studio ha valutato l’effetto combinato di AHCC e dell’anfotercina B, principio attivo estratto da un altro fungo e classicamente utilizzato nelle aspergillosi. Lo studio è stato effettuato in vivo su modello animale, associando l’AHCC somministrato per via orale alla somministrazione dell’anfotercina, fornita anch’essa per via orale. L’effetto è stato valutato confrontando il gruppo oggetto dello studio con due gruppi di controllo, uno a cui era stata somministrata la sola anfotercina B per via orale, l’altro a cui era stata somministrata per via endovenosa.

I risultati sono stati molto interessanti: la mortalità negli animali era nettamente diminuita nel gruppo trattato anche con AHCC, rispetto ad entrambi gli altri gruppi di controllo; è stata notata anche una perdita di peso inferiore, e in generale un tempo più breve di terapia antifungina per arrivare alla risoluzione del problema.

Gli animali sono stati valutati anche sulla base dei marker infiammatori come le interleuchine, nonché per il numero dei leucociti circolanti: in entrambi i casi l’effetto è stato migliorativo e i pazienti hanno mostrato una condizione migliore non solo dal punto di vista sintomatico, ma anche da quello ematico, per quanto riguarda la conta dei leucociti.

Questo studio mostra come l’effetto dell’antifungino combinato con AHCC sia molto interessante, e sfruttabile nelle terapie per l’aspergillosi, risultando molto promettente anche in attesa di altri studi che replichino il risultato raggiunto, magari eseguiti direttamente sul paziente umano.

Fonti:

https://www.mdpi.com/1999-4923/11/9/456/pdf

AHCC protegge dallo Stafilococco aureo meticillino-resistente (MRSA)

Uno dei problemi più seri e preoccupanti di oggi, che si stima tenderà ad aggravarsi in futuro, è quello dell’antibiotico-resistenza.

Si tratta di un fenomeno legato alla selezione di alcuni ceppi batterici a causa del largo uso che, in particolare negli anni passati, è stato fatto degli antibiotici. La loro somministrazione, infatti, avveniva in maniera indiscriminata, anche per risolvere sintomatologie banali, come un semplice raffreddore persistente mentre negli animali, l’uso non è stato accorto a causa delle tante malattie infettive legate allo stress.

Anche se oggi le autorità sanitarie cercano di porre un freno a questo uso scellerato degli antibiotici con politiche molto restrittive, il danno è stato fatto e ha portato alla selezione e proliferazione di batteri antibiotico-resistenti.

Si tratta di ceppi batterici assolutamente normali, che hanno acquisito per mutazione spontanea l’immunità ad alcune molecole antibiotiche a cui gli altri componenti della specie sono sensibili. Non hanno particolari capacità rispetto agli altri batteri; tuttavia, l’uso indiscriminato di questi potenti farmaci ha fatto sì che, mentre i batteri non resistenti morivano, quelli più forti resistevano, proliferando. Il problema grave è che le molecole antibiotiche che abbiamo a disposizione sono relativamente poche e ad oggi siamo, di fatto, senza armi per affrontare questi batteri di nuova generazione.

Uno dei batteri più diffusi e conosciuti è lo Staphylococcus aureus, che si trova normalmente sulla cute e nella gola di tutti noi; generalmente non è patogeno, se non in presenza di una crescita molto pronunciata. La terapia d’elezione per arrivare alla guarigione è l’assunzione di antibiotici specifici, che non è efficace se il batterio è mutato in MRSA, ovvero Staphylococcus aureus meticillino resistente.

Questo batterio è in grado di resistere all’azione della meticillina e, a parità di meccanismo d’azione, a tutti gli antibiotici beta-lattamici, quindi le penicilline e le cefalosporine. Annulla quindi tantissimi antibiotici che potremmo utilizzare per combatterlo, e così facendo rende molto difficile la terapia; ad oggi, infatti, le possibilità che abbiamo di debellare questo tipo di infezione sono poche, e sono sostanzialmente di due tipi: il controllo del sistema immunitario e l’utilizzo di antibiotici a cui il batterio è sensibile.

 

Il trattamento di Staphulococcus Aureus

Il trattamento dell’infezione da MRSA può essere fatto seguendo principalmente due vie, completamente diverse tra loro ma complementari.

Vista la gravità del problema, gli antibiotici vengono prescritti unicamente in casi molto gravi, generalmente a pazienti ospedalizzati. Si preferisce quindi utilizzare la Vancomicina iniettata direttamente in vena, soluzione che tuttavia non è esente da effetti collateriali.

 

L’utilizzo di AHCC e il potenziamento del sistema immunitario

Il potenziamento del sistema immunitario è l’altra via con la quale abbiamo la possibilità di controllare l’infezione e perseguire la strada della guarigione.

Potenziare il sistema immunitario permette infatti di non inserire molecole estranee all’interno dell’organismo, bensì di fare in modo che sia il sistema immunitario ad agire per conto proprio, debellando così l’infezione batterica.

L’AHCC è una sostanza che non ha alcuna attività sul batterio, bensì ha dimostrato in vari studi di poter aumentare l’attività del sistema immunitario. Gli studi sono stati eseguiti in vari ambiti, ma ce n’è uno in cui questa terapia è stata tentata sul murino, proprio in occasione dell’infezione da MRSA.

I murini infettati con il batterio sperimentalmente, hanno sviluppato la patologia (che sarebbe stata mortale considerando il dosaggio di batterio iniettato), quindi sono stati trattati sia con iniezione di AHCC direttamente nel sangue, sia con un pari dosaggio fornito per ingestione (per via orale). Rispetto al metodo di somministrazione non sono stati molto diversi mentre hanno mostrato una grande differenza in termini di letalità in confronto al placebo: mentre i topi infetti che non hanno ricevuto l’AHCC sono per lo più deceduti, il tasso di letalità è rimasto basso quando è stato utilizzato l’AHCC nella terapia.

Si tratta di un risultato molto importante, perché di fatto l’estratto fungino ha fatto la differenza tra la vita e la morte di questi animali. Considerando la mortalità umana (dati del 2005) di 18.000 persone su circa 95.000 infetti (circa il 20% di letalità nell’uomo), la ricerca urgente di terapie alternative alle classiche terapie antibiotiche risulta fondamentale.

L’AHCC, in questo senso, si è mostrato come una delle migliori soluzioni alternative alla somministrazione di antibiotici, da utilizzare sia in caso di infezioni lievi, per evitare l’aggravamento, sia in caso di infezioni già gravi, per le quali si può utilizzare anche in combinazione con la terapia antibiotica.

Fonte: The patient’s guide to AHCC

Micoterapia con integratore a base di AHCC nell’osteoartrite

L’osteoartrite è una patologia cronica associata ad un danno a carico delle cartilagini articolari e dei tessuti circostanti. Può colpire varie articolazioni dell’organismo, e compare solitamente con l’avanzare dell’età. Essa porta ad un’usura dell’articolazione con conseguente rigidità e dolori articolari.

La diagnosi è relativamente semplice e si basa sulla sintomatologia riferita dal paziente e sugli esiti degli esami radiografici, in grado di identificare facilmente i problemi alle articolazioni.

Il problema più grave per chi ne soffre è il dolore cronico, che può portare anche all’incapacità di muovere le articolazioni. Trattandosi di una forma infiammatoria cronica, le terapie sono mirate per lo più alla riduzione del dolore. L’assunzione di farmaci a lungo termine, però, comporta degli effetti collateriali che si possono evitare tenendo il paziente sotto costante controllo medico e coadiuvando le terapie tradizionali con l’assunzione di molecole antinfiammatorie naturali come l’AHCC.

 

AHCC, la sua azione nell’osteoartrite

L’AHCC ha mostrato di avere proprietà antinfiammatorie, ed è ampiamente utilizzato nelle terapie di supporto per infiammazione croniche di vario tipo, che sono le principali responsabili della sintomatologia spesso invalidante riferita dal paziente.

La molecola fungina si è rilevata particolarmente efficace nelle patologie autoimmuni, tra cui l’artrite reumatoide, un tipo di osteoartrite molto grave. Le autoimmunità sono migliorate dall’assunzione di AHCC, poiché il sistema immunitario, sul quale la molecola ha azione diretta, gioca un ruolo molto importante nel trattamento della sintomatologia. Ma l’AHCC pare essere efficace anche sulle infiammazioni non connesse a malattie di origine autoimmune e ciò permette di poterne fare un utilizzo molto più ampio.

Diversi studi hanno messo in luce l’efficacia dell’AHCC attraverso la misurazione dei mediatori dell’infiammazione.

 

AHCC e influenza sulla proteina C-Reattiva

Un primo importante studio ha misurato i livelli di Proteina C-Reattiva, una proteina che viene liberata (quindi aumenta la sua concentrazione nel sangue), quando è presente un’infiammazione; è specifica anche per l’osteoartrite, poichè i pazienti che ne soffrono hanno generalmente livelli elevati di questo marcatore.

Gli studi hanno mostrato che, dopo alcuni giorni di somministrazione di AHCC, i livelli di Proteina C-Reattiva si riducono, mostrando una diminuzione dell’infiammazione e soprattutto in relazione alla diminuzione del dolore nei pazienti.

 

AHCC e Leptina

Un secondo studio ha invece messo in correlazione la somministrazione di AHCC con i livelli di leptina, un ormone con proprietà antinfiammatorie, i cui livelli si innalzano durante l’infiammazione, allo scopo di ridurla.

Dopo la somministrazione di AHCC, anche il livello di questo ormone è aumentato, mostrando la proprietà antinfiammatoria della molecola; un’ulteriore conseguenza dell’aumento di leptina è la diminuzione dell’appetito e un aumento del metabolismo del grasso, fattori che insieme portano ad una riduzione dell’assunzione di cibo e dell’accumulo di massa grassa a livello addominale. In questo modo è possibile ridurre, nel lungo periodo, il peso corporeo, che sappiamo essere uno dei problemi che gravano maggiormente sulle infiammazioni osteoarticolari.

 

AHCC e terapie per l’osteoartrite

Ad oggi gli studi sugli effetti clinici di AHCC non sono però sufficienti a permettere di utilizzare la molecola come unica terapia, motivo per cui la somministrazione viene spesso associata a terapie farmacologiche, di cui è comunque possibile ridurre il dosaggio e il numero di assunzioni, grazie all’effetto del glucano.

Le terapie farmacologiche più utilizzate nei casi di osteoartrite sono:

  • farmaci antinfiammatori steroidei (il cortisone). Si tratta di una terapia da utilizzare nei momenti critici, in cui l’assunzione dei soli FANS non fa effetto. Il farmaco steroideo, infatti, ha effetti che superano di gran lunga quelli di AHCC, ma bisogna ricordare che essi si caratterizzano per numerosi effetti collaterali. A tal proposito, AHCC ha mostrato di essere in grado di lenire in particolare quelli che riguardano l’apparato gastrointestinale e la nausea.
  • farmaci antinfiammatori non steroidei, i più utilizzati per le infiammazioni in genere. Hanno effetti collateriali minori rispetto al cortisone, tuttavia modulano il sistema immunitario facendone diminuire la funzionalità. Sebbene l’AHCC non interferisca con il meccanismo d’azione dei FANS, ha ha la capacità di modulare il sistema immunitario in senso opposto, stimolando la crescita dei globuli bianchi che appartengono all’immunità aspecifica, e questo consente di proteggere meglio l’organismo da altre patologie, anche conseguenti all’osteoartrite, durante la terapia.

Nel complesso, quindi, la molecola risulta particolarmente utile nelle infiammazioni osteoarticolari, per i suoi diversi effetti: gli studi hanno mostrato un effetto antinfiammatorio, che ad oggi non è stato ancora ben approfondito ma che è comunque presente; la capacità, inoltre, di migliorare la condizione dell’organismo durante la somministrazione di altri farmaci, spesso sono associati proprio a questa molecola, ne fa una delle integrazioni più promettenti nel trattamento dell’osteoartrite.

Fonte: The Patient’s Guide to AHCC

Rimedi naturali per la vitiligine

La vitiligine è una malattia cronica della pelle, piuttosto aggressiva, caratterizzata dalla comparsa di numerose chiazze di colore molto chiaro in diversi distretti dell’organismo.

Il meccanismo che ne determina lo sviluppo non è ancora ben compreso e sembra essere di tipo multifattoriale. Ne conosciamo invece la patogenesi, cioè il modo in cui si sviluppa, causata primariamente da un’autoimmunità, cioè da un attacco che il sistema immunitario rivolge all’organismo, con delle cellule precise come bersaglio.

 

Vitiligine, perché compaiono le chiazze chiare

La vitiligine è una patologia nella quale vengono distrutte definitivamente specifiche cellule dell’organismo, i melanociti. Si tratta di cellule che si trovano nella pelle di tutto l’organismo e sono deputate alla produzione di melanina, un pigmento di colore nero che, presente in concentrazione più o meno elevata in base alla predisposizione genetica del soggetto, conferisce il colore alla pelle. La melanina permette di assorbire i raggi ultravioletti.

Nel momento in cui i melanociti, una volta distrutti, non si riformano, viene a mancare il pigmento che producono, e cioò causa una progressiva decolorazione della pelle, che può diventare sempre più estesa quando la patologia peggiora. Generalmente il sintomo è solo la decolorazione della pelle, quindi riguarda solo questa parte dell’organismo e non è correlata a ulteriori sintomi o altre patologie, anche se la pelle molto chiara può predisporre ad altre patologie come le neoplasie cutanee e gli eritemi. La vitiligine, per una questione estetica, può provocare problemi psicologici.

Molto particolare è l’estensione della patologia, che si estende con velocità diverse, seguendo percorsi diversi e le aree dell’organismo interessate possono essere più o meno vaste; proprio questa estensione molto variabile da paziente a paziente fa ipotizzare che il coinvolgimento immunitario non sia l’unico fattore coinvolto nello sviluppo, ma che sia solo una parte di un insieme più ampio che, probabilmente, include anche la predisposizione genetica del soggetto.

Tuttavia l’ipotesi immunitaria è, ad oggi, la più accreditata, e sebbene non esista una cura standard e completamente risolutiva per questa patologia, quello che si può cercare di fare è limitare l’effetto del sistema immunitario e, in questo modo, ridurre lo sviluppo delle macchie chiare e la loro progressione.

 

Le terapie standard

Le terapie standard, a differenza di quelle per altre malattie autoimmuni, non comprendono generalmente i corticosteroidi perché non c’è dolore causato dall’infiammazione (gli effetti collaterali sarebbero eccessivi rispetto ai benefici). Se la terapia antifiammatoria viene consigliata dal medico, è solo ad uso topico e non sistemico.

Altri trattamenti sono quello di tipo chirurgico per la rimozione delle macchie, se non troppo estese, la fototerapia atta a ripristinare la corretta crescita dei melanociti e i trattamenti depigmentanti che schiariscono la pelle non interessata dalla patologia, per raggiungere nuovamente un colore della pelle uniforme. Inoltre c’è la possibilità di ricorrere dei trattamenti ripigmentanti, che inseriscono in modo artificiale i pigmenti nelle parti interessate. Tuttavia è da notare come, nonostante i pigmenti si reinseriscono, questo non ferma la progressione della malattia, che anzi continua ad andare avanti, per cui i trattamenti devono essere ripetuti più volte nel corso della modifica dell’estensione delle macchie.

 

Rimedi naturali per la vitiligine

Per quanto non ci siano rimedi risolutivi e per quanto l’introduzione dei precursori della melanina con l’alimentazione non sia d’aiuto a causa dell’assenza delle cellule che la producono, è opportuno mettere in atto una strategia per indurre il sistema immunitario a non distruggere i melanociti rimasti, per evitare l’estensione delle macchie, per non riuscendo a rimuovere quelle già presenti.

Uno di essi è rappresentato dalla molecola AHCC, o Acrive Hexose Correlated Compound, un principio attivo di origine fungina che ha la capacità di stimolare le cellule immunitarie appartenenti all’immunità aspecifica, ovvero quelle che combattono virus e batteri inibendo l’attività delle cellule dell’immunità specifica, ossia i linfociti.

Poiché sono proprio queste cellule ad essere legate alla distruzione dei melanociti, ridurne l’attività consente di contrastare la progressione della depigmentazione (a sua volta dipendente dalla mancanza di queste cellule) rallentando, se non interrompendo la manifestazione visibile della patologia.

L’AHCC non ha effetti collaterali e può essere assunta senza problemi anche se, per ottenere l’effetto desiderato, è necessario prolungare la terapia per lungo tempo, anche per aver modo di valutare se, rispetto ad un periodo di non-assunzione, ci siano effettivi miglioramenti.

Dal punto di vista patogenetico, l’AHCC ha mostrato la sua efficacia in altre patologie autoimmuni ben più gravi della vitiligine quindi, anche in mancanza di studi specifici, è un trattamento promettente.

Lo Shiitake e gli altri funghi terapeutici

I funghi terapeutici sono una delle categorie di alimenti medicinali più promettenti degli ultimi anni.

Utilizzati da lungo tempo in medicina tradizionale, sono stati solo di recenti scoperti e studiati dalla ricerca scientifica, che ne ha messo in evidenza le specifiche caratteristiche e conseguenti utilizzi.

In questo articolo intendiamo fare una panoramica su tre dei funghi medicinali più conosciuti: Shiitake Maitake e Reishi, approfondendone gli utilizzi rispetto alle varie patologie e le caratteristiche comuni.

 

Il Reishi

Il fungo Reishi, nome comune per indicare il Ganoderma lucidum, è un fungo piuttosto comune sia alle nostre latitudini sia in Asia. E’ noto e impiegato da secoli nella medicina tradizionale cinese, che gli conferisce ben 150 proprietà salutistiche.

Tra queste molte sono state confermate da valutazioni scientifiche. Questo fungo, ad esempio, ha funzioni epatoprotettive, grazie alla sua capacità di stimolare la rigenerazione degli epatociti, e antinfiammatorie dovute al suo effetto immunostimolante. Ha anche la capacità di ridurre la produzione di istamina, quindi di aiutare le persone che soffrono di allergia.

Dal punto di vista intestinale, essendo particolarmente ricco di fibra, è in grado di contrastare la stitichezza, regolarizzando l’attività intestinale grazie al suo effetto probiotico, nutritivo per le popolazioni batteriche che vivono all’interno di questo importantissimo organo.

 

Il Maitake

Altro fungo medicinale è il Maitake, Grifolia frondosa, comune in Giappone, dove cresce sotto ai castagni, ma poco diffuso nel resto del mondo.

La sua più spiccata proprietà è l’immunostimolazione, infatti è uno dei funghi più potenti per la prevenzione e il contrasto della formazione dei tumori, una caratteristica condivide comunque  con agli altri due funghi che stiamo analizzando.

Tuttavia il motivo per cui è maggiormente conosciuto, è la sua capacità di aiutare a perdere peso, supportando due meccanismi fisiologici dell’organismo. La ricchezza in fibra permette di rallentare la velocità di assorbimento dello zucchero, quindi di evitare i picchi glicemici (per cui regolarizza la glicemia); inoltre ha un effetto attivo nella regolazione della pressione, evitando la deposizione delle placche lipidiche nei vasi sanguigni, che possono contribuire alla comparsa delle malattie cardiovascolari. Riduce inoltre il colesterolo e inibisce la sintesi dei trigliceridi, che vengono immagazzinati nel tessuto adiposo.

 

Lo Shiitake

Il terzo fungo di cui vi parliamo è ilLentinula edodes, uno dei più conosciuti per la sua attività antitumorale, grazie alla forte presenza di glucani di tipo alfa rispetto ai glucani di tipo beta (di cui sono più ricchi gli altri due).

Si distingue dagli altri funghi per la sua capacità di abbassare la sintesi di colesterolo endogeno, e anche per la sua azione protettiva nei confronti del fegato, con due distinti meccanismi d’azione: uno diretto, che permette di stimolare la rigenerazione delle cellule epatiche e l’altro indiretto che passa per la stimolazione del sistema immunitario che, a sua volta, supporta la funzionalità epatica.

Gli alfa-glucani possono essere estratti singolarmente con tecniche specifiche, per ottenere una molecola conosciuta con il nome di AHCC, che concentra al suo interno gli alfa-glucani, le parti attive (sull’organismo) del fungo, utilizzate in particolar modo per l’attività di stimolazione del sistema immunitario.

 

Funghi medicinali e le loro caratteristiche comuni

La caratteristica comune a tutte e tre le specie di fungo è la particolare struttura della loro parete cellulare, che dal punto nutrizionale fa parte della fibra ma che, a differenza di altre tipologie di fibra come la cellulosa o la lignina, è assorbibile dall’organismo.

La parete contiene, in proporzioni diverse a seconda dei funghi, particolari strutture polisaccaridiche dette glucani, che a seconda della loro disposizione possono essere distinte in alfa e beta glucani. Alcuni funghi come lo Shiitake, poi, sono più ricchi di glucani alfa, mentre altri sono più ricchi di catene beta.

Queste strutture non vengono digerite dallo stomaco né assorbite nella prima parte dell’intestino. Possono essere spezzate dai batteri intestinali, che da un lato le sfruttano per la loro sopravvivenza (e si parla di effetto prebiotico), mentredall’altro possono lasciare catene piuttosto corte che, assorbite dall’organismo, hanno un effetto stimolante sul sistema immunitario.

Tipi diversi di glucano stimolano popolazioni immunitarie distinte. La costante è che i funghi medicinali hanno la capacità di aumentare il numero di leucociti, globuli bianchi, circolanti.

Questo ha tantissimi effetti sulla salute, ed è il meccanismo che sta alla base dell’effetto comune di questi funghi: i leucociti hanno un ruolo attivo nel contrasto alla crescita dei tumori (azione antineoplastica), nella protezione epatica, nell’inibizione degli effetti collaterali delle chemioterapie, nel contrasto alle malattie autoimmuni.

Supportare l’azione del sistema immunitario è importante in tantissime patologie e, se la scelta del fungo terapeutico più adatto alla situazione  specifica deve essere effettuata con l’aiuto del proprio medico, anche in relazione alle altre terapie in atto, è importante sapere che i funghi terapeutici sono una delle branche più promettenti della medicina.

Nefrite e integratori di AHCC

Nefrite è un termine medico generico che sta ad indicare un’infiammazione del rene o delle strutture che lo compongono. Ppuò trattarsi di un’infiammazione primaria, originaria nel rene oppure secondaria, causata da processi di origine diversa che hanno portato all’insorgenza della nefrite.

In questo articolo esploreremo il ruolo degli integratori di AHCC nella nefrite, cercando di capire soprattutto quali tipi di nefrite possono trarre maggior vantaggio da questo tipo di integrazione, in relazione alla causa dell’infiammazione.

 

La nefrite: cos’è e come si classifica

La nefrite può essere classificata in base alla sua localizzazione all’interno del rene. Può infatti riguardare il glomerulo renale, cioè la parte deputata alla filtrazione vera e propria del sangue e in questo caso si parla di glomerulonefrite oppure può riguardare il bacinetto renale e trattarsi quindi di pielonefrite. Da notare che il bacinetto è un segmento esterno al rene, che si limita a raccogliere l’urina, per questo ci concentreremo maggiormente sulla glomerulonefrite.

Il glomerulo renale è un insieme di vasi con una struttura particolare: sono bucati da piccoli fori che non consentono il passaggio delle cellule più grandi come i globuli rossi e bianchi ma che lasciano passare le sostanze più piccole, generalmente di scarto. La struttura a “setaccio” permette al rene di avere la sua tipica funzione di depurazione del sangue.

Tuttavia questa struttura è un filtro, e come tale èun punto di accumulo di sostanze estranee che, se si posizionano nel glomerulo, possono provocare un’infiammazione. Per questo a fianco delle infiammazioni che colpiscono direttamente il rene, per esempio quelle di natura batterica, ci possono essere numerose infiammazioni secondarie che causano anche la glomerulonefrite.

La condizione in cui un integratore di AHCC risulta maggiormente utile è la glomerulonefrite da immunocomplessi, generalmente legata alle autoimmunità ma anche, in alcuni casi, alla presenza di patogeni nell’organismo. Sono gli immunocomplessi, macromolecole composte da un complesso di anticorpo e antigene a generare la malattia. L’anticorpo secreto dai linfociti si attacca all’antigene (di diversa natura, può essere una parte di batterio, di parassita o anche dello stesso organismo in caso di autoimmunità) e insieme circolano nell’organismo fermandosi a livello degli organi filtro, tra cui proprio il rene, dove richiamano il sistema immunitario che dovrebbe eliminarli.

Tuttavia, quando gli immunocomplessi sono tanti e continuano ad essere prodotti, ecco che la loro presenza è costante, e la glomerulonefrite diventa una condizione patologica cronica.

 

Glomerulonefrite autoimmune: il ruolo di AHCC

Se per altre nefriti esistono terapie ad hoc, per quelle autoimmuni no. Il trattamento è caratterizzato dalla prescrizione di farmaci antinfiammatori che hanno lo scopo di ridurre l’attività del sistema immunitario, permettendo una minore secrezione di anticorpi e, di conseguenza, limitano la formazione degli immunocomplessi.

La molecola di AHCC va ad agire proprio come un antinfiammatorio con la differenza che, rispetto a quest’ultimo, non blocca l’attività del sistema immunitario, bensì stimola la proliferazione di alcune popolazioni come i linfociti Natural Killer che producono gli anticorpi. Naturalmente l’AHCC non è un antifiammatorio, infatti non viene prescritto come alternativa alla terapia medica, ma è un coadiuvante dei farmaci che contribuisce a rafforzare le difese immunitarie evitando che il paziente possa prendere durante il trattamento, altre malattie.

In generale, l’AHCC è utile non solo nelle nefriti autoimmuni, ma in tutte le glomerulonefriti che sono causate da immunicomplessi. Vi sono le nefriti da IgA, le nefriti post-infezione batterica, la nefrite lupica (da Lupus, una malattia autoimmune) e numerose altre varianti.

Per capire se nel caso specifico l’AHCC possa portare un beneficio diretto sulla patologia, è opportuno interpellare il proprio medico curante, in grado di definire il meccanismo con cui si sviluppa la glomerulonefrite.

Tieniamo comunque presente che l’AHCC è estratto da un fungo, lo Shiitake e che, come derivato alimentare naturale, non ha effetti collateriali quindi, anche qualora non sortisse i benefici sperati sulla nefrite, agirebbe come prebiotico e ciò avrebbe una conseguenza positiva anche sulla salute del rene grazie alla produzione di metaboliti batterici nell’intestino.

Il ruolo di alfa glucani e beta glucani nel cancro

Gli alfa-glucani e i beta-glucani sono gruppi di molecole che fanno parte della fibra alimentare, molto importanti per la nostra salute. Nel corso degli ultimi anni queste macromolecole hanno dimostrato un’interessante attività antitumorale, attiva sia di tipo preventivo che, cosa ancora più importante, di tipo terapeutico, per combattere  il cancro.

Naturalmente  non si possono sostituire alle terapie mediche come la chemio e la radioterapia, tuttavia sono considerati dei validi adiuvanti delle terapie oncologiche. In questo articolo cercheremo di capire che cosa sono e qual è il loro meccanismo d’azione.

 

Alfa glucani e beta glucani

I glucani sono delle lunghe catene polimeriche formate da una serie di zuccheri legati tra loro con legami particolari. A differenza di altre catene di carboidrati come l’amido non possono essere digerite dal nostro organismo, che non è in grado di spezzare queste catene, ed è per questo che si considerano parte della fibra alimentare. Fibra che, tuttavia, è diversa da quella che si trova nella verdura e nella frutta: la disposizione delle molecole, infatti, è diversa, e questo conferisce particolarità diverse alla fibra (come la cellulosa) che si può trovare all’interno di una pianta e un glucano, che invece si trova in quantità molto elevate nella parete fungina.

I funghi sono organismi diversi dalle piante, e questa differenza si può notare proprio osservando la loro parete cellulare che conferisce ai funghi, e in particolare ai funghi medicinali caratteristiche uniche.

 

Il ruolo degli alfa e beta glucani nel cancro

Gli alfa e i beta-glucani arrivano integri all’intestino, dove seguono due destini. Posso essere utilizzate e consumate dalle specie batteriche intestinali, che li usano come prebiotici per nutrirsi e proliferare, oppure essere assorbiti integralmente. Se seguono la seconda via posso essere utilizzati da alcune cellule del nostro organismo, come alcune popolazioni del sistema immunitario, che grazie alla loro presenza possono proliferare, riproducendosi più velocemente rispetto a quanto accadrebbe in situazioni normali. Questo effetto è particolarmente marcato nella chemioterapia, quando a causa dei farmaci antineoplastici la riproduzione delle cellule immunitarie èn particolarmente bassa.

Gli studi, ad oggi, sono ancora troppo pochi per comprendere quali glucani riescano a stimolare le specifiche popolazioni, ma sappiamo per certo che gli alfa glucani sono in grado di stimolare la crescita dei linfociti Natural Killer, che hanno un’attività importante proprio contro le cellule neoplastiche. I beta glucani sembrano meno capaci di stimolare questa popolazione, ma pare abbiano effetto su altre popolazioni del sistema immunitario. Se assunti insieme,  si ottiene un importante effetto sinergico tra i due componenti.

Il sistema immunitario ha, tra le sue funzioni il contrasto allo sviluppo delle neoplasie. Tutti siamo sottoposti costantemente ad errori di replicazione del DNA e il nostro sistema immunitario è normalmente è in grado di affrontare e distruggere la maggior parte delle cellule neoplastiche che si formano. Le neoplasie più gravi sono il risultato di un mancato controllo da parte del sistema immunitario.

Se il sistema immunitario funziona in questo modo nell’individuo sano, lo fa anche nei soggetti malati, con alcune differenze importanti: da un lato una neoplasia di importanti dimensioni è praticamente impossibile da controllare per il sistema immunitario, dall’altro l’assunzione di farmaci per combattere il cancro  mette in difficoltà il sistema immunitario.

Da queste considerazioni appare chiara l’importanza degli alfa-glucani e dei beta-glucani nella lotta contro il cancro.

Stimolando il sistema immunitario a reagire contro la neoplasia, otteniamo i benefici dell’effetto combinato dei farmaci con quello dei glucani, riuscendo nella maggior parte dei casi a ridurre la crescita della massa neoplastica.

Il sistema immunitario può anche progettere l’organismo dagli effetti collaterali dei farmaci, controllando nausea, vomito, riducendo i danni al midollo osseo e al fegato.

La stimolazione del sistema immunitario è quindi utile sia nella persona sana con quale fattore di rischio (fuma o vive con fumatori, vive in zone inquinate, ecc…), sia nella persona malata, come supporto alle terapie.

Importantissimo, naturalmente, ricordare che l’effetto, pur presente, non può essere paragonato a quello del farmaco specifico. I glucani non possono sostituirsi alla terapia medica, ma possono rappresentarne un ottimo supporto per la prevenzione e il trattamento delle malattie oncologiche, il tutto sotto stretto controllo medico.

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5344464/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5834761/

http://www.cancertm.com/article.asp?issn=2395-3977;year=2015;volume=1;issue=6;spage=209;epage=214;aulast=Sima

https://jhoonline.biomedcentral.com/articles/10.1186/1756-8722-2-25

Come rafforzare il sistema immunitario per contrastare la malattia di Still

La malattia o morbo di Still è una patologia infiammatoria sistemica dalle cause, ad oggi, ancora conosciute.

Si tratta di una patologia molto rara, che colpisce circa 1 persona ogni 100.000 che, non avendo basi patogenetiche certe, non ha una terapia specifica.

In questo articolo cercheremo di capire di che malattia si tratta, quali sono le sue caratteristiche e quali le terapie farmacologiche e nutrizionali a disposizione, finalizzate al rafforzamento del sistema immunitario, che, a sua volta, porta ad un miglioramento dei principali sintomi della patologia.

 

La malattia di Still

Pare che la malattia di Still colpisca prevalentemente soggetti appartenenti a due fasce d’età: tra i 15 e i 25 anni e tra i 36 e i 46. Le più colpite sono le donne e non sembra esserci una componente genetica importante alla base dello sviluppo della malattia.

L’ipotesi al vaglio della ricerca è una probabile natura infettiva della malattia, vista l’incidenza, ma non si sa se correlata ad un’azione virale o batterica.

I sintomi  sono di vario tipo, ma sempre collegabili all’infiammazione. Infiammazione che causa febbre, caratterizzata da picchi di temperatura particolarmente elevata, rash cutaneo color salmone che compare in varie parti del corpo (e si aggrava con lo sfregamento), dolore muscolare che compare allo scomparire della febbre e viceversa. A ciò si aggiunga il dolore alle articolazioni e, in particolare, ai gomiti, alle ginocchia, alle mani e alle spalle. Le lesioni alle strutture possono essere anche irreversibili, accompagnate da dolore molto forte.

La diagnosi non è semplice, e si basa sia sulla visita clinica effettuata dal medico, sia sulle analisi del sangue, dalle quali generalmente si nota un aumento dei globuli bianchi, che indica la presenza di infiammazione diffusa, e da un aumento di proteina C reattiva. Tuttavia, per quanto i sintomi siano simili a quelli dell’artrite reumatoide, il test sul fattore reumatoide risulta negativo, escludendo così questa diagnosi.

Spesso vengono proposti anche gli esami radiografici,  allo scopo di individuare dei danni agli organi interni, ad esempio la splenomegalia (aumento di volume della milza), o l’infiammazione cronica alle articolazioni. Nelle situazioni in cui la malattia si trova ad uno stadio più avanzato possono essere presenti anche infiammazioni del pericardio, del miocardio e delle pleure.

La patologia ad oggi non ha una cura specifica tuttavia, se le terapie vengono iniziate in breve tempo dalla comparsa dei primi sintomi, le possibilità di riuscire a contenere gli effetti della malattia sono maggiori.

 

Malattia di Still: le possibilità terapeutiche

Le terapie tradizionali per la malattia di Still, caratterizzata essenzialmente da uno stato infiammatorio che colpisce diverse parti dell’organismo, sono in prima battuta di tipo antinfiammatorio.

Possono essere utilizzati sia i FANS, i farmaci antinfiammatori non steroidei, soprattutto a causa degli scarsi effetti collaterali, anche se presi per lungo tempo e, nei casi più gravi, i farmaci steroidei come i corticosteroidi, caratterizzati da maggiore efficacia a fronte di un aumento degli effetti negativi sull’organismo. Nei casi in cui anche i corticosteroidi a dosi normali risultassero inefficaci, il dosaggio potrebbe essere aumentato per ottenere un effetto immunosoppressivo.

L’utilizzo di questi farmaci deve essere fatto sotto stretto controllo medico, poiché lasciare l’organismo indifeso a causa della soppressione del sistema immunitario da parte di questi farmaci, significa esporlo alla possibilità di contrarre ulteriori infezioni virali o batteriche.

Vi è quindi la necessità, da un lato, di intervenire sul sistema immunitario per placare l’infiammazione cronica e dall’altro di rafforzare le difese dell’organismo contro infezioni esterne che, con buona probabilità, potrebbe anche essere la causa della malattia di Still stessa.

Per agire sul sistema immunitario in modo efficace ed ottenere un miglioramento del suo funzionamento evitando di assumere altri farmaci, si può ricorrere alla medicina naturale e, in particolare, alla micoterapia, che mette a disposizione dei pazienti immunodepressi un integratore alimentare molto interessante a base di AHCC, una molecola fungina sempre più utilizzata come coadiuvante delle terapie mediche.

Si tratta di una sostanza che ha mostrato la capacità di aumentare il numero e il funzionamento delle cellule del sistema immunitario che fanno parte dell’immunità aspecifica, che interviene contro qualunque patogeno arrivi dall’esterno e che si contrappone all’immunità specifica che, invece, attacca i patogeni già conosciuti dall’organismo e che potrebbe essere coinvolta (almeno, questo è possibile evincere dalle analisi del sangue dei malati) con la presenza costante dei sintomi.

Al momento non si hanno evidenze scientifiche sugli effetti dell’assunzione di AHCC nella malattia di Still ma, come osservato per altre malattie autoimmuni, l’integratore è efficace nell’aiutare l’organismo a difendersi dai patogeni opportunisti, a fronte di nessun effetto collaterale, anche per terapie prolungate.

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