Coadiuvanti naturali nel trattamento della Policrodrite ricorrente

Tra le malattie infiammatorie croniche ad eziologia autoimmune, la policondrite ricorrente è una delle più rare. A carattere multisistemico, la policondrite ricorrente è una patologia piuttosto rara caratterizzata da infiammazione e distruzione della cartilagine di articolazioni, orecchio, naso, laringe, occhio, trachea, bronchi e vasi sanguigni, anche se potenzialmente tutti i tessuti cartilaginei del corpo possono essere interessati. La malattia ha carattere episodico ricorrente, ovvero il paziente sperimenta periodiche riacutizzazioni che portano progressivamente alla distruzione delle strutture interessate. Possono essere presenti sintomi sistemici come febbre, letargia, dimagrimento. Negli srtadi più tardivi i pazienti possono diventare parzialmente invalidi sviluppando ad esempio sordità, alterazioni visive, problemi cardiaci e respiratori ed altri sintomi provocati dalla terapia a base di immunosoppressori.

La policondrite ricorrente colpisce la 5a decade e maggiormente le femmine rispetto ai maschi. Non esistono test specifici per diagnosticarla: la diagnosi è sempre clinica, basata sull’infiammazione delle cartilagini. Le cause sono ancora sconosciute ed in fase di studio, ma è ormai noto il carattere autoimmune della malattia, che prevede il coinvolgimento di componenti immunitarie umorali e cellulo-mediate. La cartilagine contiene abbondanti quantità di collagene di tipo II e infatti nella fase acuta della policondrite si sono osservati anticorpi verso questa molecola; analisi in immunofluorescenza hanno inoltre evidenziato depositi di immunoglobuline, suggerendo la presenza di immunocomplessi. Anche l’associazione con l’HLA-DR4 e la risposta clinica dei pazienti al trattamento con corticosteroidi ed immunosoppressori sostengono l’ipotesi dell’autoimmunità.

In molti casi la policondrite ricorrente si associa ad altre malattie autoimmuni (vasculiti, malattia di Behçe, sindrome di Sjogren, lupus, artrite reumatoide, connettivite mista, ipotiroidismo). Vi sono numerose prove del ruolo significativo dell’autoimmunità nella patogenesi della policondrite ricorrente: uno studio ha dosato i livelli ematici di citochine in pazienti sia sani, sia affetti dalla malattia e ha osservato che nel sangue dei pazienti affetti da policondrite ricorrente, le citochine MCP-1, MIP-1beta e IL-8 erano molto più alte rispetto ai controlli. Queste citochine hanno funzione pro-infiammatoria e sono conosciute per attivare monociti, macrofagi e neutrofili; la scoperta di livelli elevati di tali citochine fornisce una forte prova del coinvolgimento dei macrofagi nella risposta immunitaria cellulo-mediata nella patogenesi della malattia.

Quale potrebbe essere il ruolo dei coadiuvanti naturali nel trattamento della policondrite ricorrente? Sono numerose le molecole provenienti dal mondo naturale in grado di esercitare effetti benefici sull’organismo. Gli immunostimolanti naturali vengono studiati da ricercatori in tutto il mondo in virtù della loro sicurezza, tollerabilità, economicità ed efficacia, in associazione con le terapie tradizionali. L’estratto fungino AHCC (Active Hexose Correlated Compound), ad esempio, è costituito da una frazione unica di polisaccaridi lineari a basso peso molecolare (alfa e beta glucani) in grado di modulare la risposta immunitaria dell’organismo e di agire su infezione, infiammazione e cancro. Le lunghe catene glucidiche di AHCC, ad esempio, regolano il reclutamento e l’attività di killing dei linfociti Natural Killer, cellule immunitarie altamente specializzate in grado di secernere citochine e chemochine, le stesse che aumentano nel sangue dei pazienti affetti da policondrite ricorrente.

È noto da diversi anni che molecole lineari polisaccaridiche, come i beta glucani contenuti in AHCC, riescono a stimolare il sistema immunitario attraverso meccanismi come riduzione dei livelli di colesterolo, miglioramento del metabolismo glucidico, diminuzione della tossicità intestinale e potenziamento dell’attività antivirale. In integratori come AHCC, le lunghe molecole glucidiche sono state scisse in composti a basso peso molecolare, che vengono assorbiti efficacemente dall’intestino tenue ed entrano nel circolo ematico raggiungendo gli organi bersaglio ed i tessuti. Qui i glucani interagiscono con le cellule immunitarie e riducono l’azione eccessiva di un sistema immunitario sovrastimolato, oppure la potenziano se essa è troppo blanda.

AHCC vanta molteplici studi pubblicati su riviste specializzate che ne suggeriscono l’integrazione alla dieta per sostenere il sistema immunitario e ridurre gli effetti collaterali dovuti alle terapie croniche. Numerose ricerche hanno quindi studiato le potenzialità degli integratori di AHCC nelle malattie autoimmuni come la policondrite; ad esempio, AHCC ha un effetto benefico su modelli animali di diabete di tipo I e sulle malattie infiammatorie croniche intestinali. Sebbene l’azione di AHCC sia nota in altre malattie autoimmuni, non ci sono al momento evidenze scientifiche sulla sua efficacia in questa patologia specifica; la sua assunzione richiede cautela e deve essere approvata dal medico tenendo conto degli altri farmaci che il paziente assume. In ogni caso, il contenuto in AHCC di aminoacidi essenziali, vitamine, terpeni, minerali e glucani in grado di modulare l’attività immunitaria, rendono questo integratore un ottimo coadiuvante naturale nel trattamento della policondrite ricorrente.

 

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6164217/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20215048

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https://www.hindawi.com/journals/crirh/2018/6760806/

https://www.hindawi.com/journals/jir/2019/3758576/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23194525

 

Dieta e integratori nella sindrome di SAPHO

La sindrome di Sapho è una malattia autoinfiammatoria cronica ed eterogenea, caratterizzata da manifestazioni cliniche tra di loro associate, da cui deriva in lingua inglese il nome della patologia (sinovite, acne, pustolosi, iperostosi e osteoite). Nella sindrome SAPHO, il quadro clinico è molto complesso e comprende patologie infiammatorie del sistema osteo-articolare e della cute, nella quale si verifica un’infiltrazione di neutrofili. La patologia è piuttosto rara, ma la sua consapevolezza è aumentata nel corso degli anni, quando in letteratura sono state fatte diverse segnalazioni. Chiunque può svilupparla e la sindrome esordisce più spesso nel bambino, anche se in alcuni casi anche un adulto può esserne colpito.

L’eziologia della sindrome SAPHO non è ancora nota. Viene descritta come un disturbo autoinfiammatorio e negli anni sono state proposte diverse cause (genetiche, ambientali, infettive, immunitarie) che potrebbero contribuire allo sviluppo della malattia. La sindrome di SAPHO è stata associata ad alcuni antigeni leucocitari umani (tra cui HLA-A26, B27 e B61) e l’analisi del trascrittoma dei pazienti ha rivelato un profilo iperattivatorio dei neutrofili. Dalle lesioni ossee dei pazienti con SAPHO sono stati isolati alcuni microrganismi, tra cui il batterio responsabile dell’acne (Propionibacterium acnes) ma anche S. aureus, H. influenzae ed altri. L’ipotesi al momento più accreditata è quella della deregolazione immunitaria: la sindrome SAPHO sarebbe il risultato di un disturbo autoinfiammatorio (e non autoimmune) caratterizzato da riduzione della proteina p53, aumento della produzione di IL-10 e ridotta capacità di formare specie reattive dell’ossigeno. L’infiammazione tipica della patologia comprende la secrezione di numerose citochine proinfiammatorie tra cui IL-1, IL-8, IL-18 e TNF-alfa e l’iperattivazione dei linfociti T helper Th17.

È probabile che tutte le ipotesi fino ad ora suggerite siano corrette e che la sindrome di SAPHO, proprio per la varietà delle manifestazioni cliniche, sia il risultato di una complessa interazione tra suscettibilità genetica e fattori ambientali. Dal punto di vista biomolecolare, alcune teorie suggeriscono che la risposta antinfiammatoria sia innescata da una combinazione di deficit, difetti e repressione di proteine e fattori nucleari. Alcuni studi hanno esaminato la risposta immunitaria dei pazienti affetti dalla sindrome, analizzando le citochine sieriche e alcuni autoanticorpi. Sono stati rilevati alti livelli ematici di IL-8 e IL-18, nessuna presenza di autoanticorpi e una forte risposta leucocitaria all’infezione da P. acnes, che dimostra che questo batterio contribuisce alla forte risposta infiammatoria.

Attualmente l’unica terapia per la sindrome di SAPHO consiste nella somministrazione di farmaci per controllare l’infiammazione, le infezioni e l’iperattività del sistema immunitario ed eventualmente per trattare i sintomi dermatologici ed osteo-articolari. I pazienti quindi assumono FANS, corticosteroidi, immunosoppressori, antireumatici, farmaci biologici (anti-TNF-alfa e anti-IL-1), bifosfonati. Queste terapie hanno successo variabile: alcuni pazienti rispondono molto bene, altri non hanno benefici, altri ancora nel tempo diventano refrattari ai farmaci. È probabile che il successo terapeutico dipenda da fattori genetici o immunitari di cui la medicina non è ancora a conoscenza.

L’autoinfiammazione è una delle componenti principali della sindrome di SAPHO. Il successo incostante dei farmaci antinfiammatori ed immunosoppressivi, unito agli effetti collaterali, ha portato molti medici a considerare l’utilizzo di coadiuvanti ed integratori naturali per dare sollievo ai sintomi del paziente senza interrompere le terapie convenzionali. Al giorno d’oggi, nessuno può sostenere che il cibo non abbia un impatto sulla salute: esistono alcuni alimenti antinfiammatori naturali (cannella, curcuma ecc.) contengono molecole in grado di modificare lo stato di benessere. Per questo, chi soffre di sindromi infiammatorie croniche dovrebbe rivolgersi anche ad un nutrizionista, che imposterà una dieta speciale per eliminare alimenti contenenti additivi chimici e composti che stimolano l’infiammazione (istamina). Sono numerose le testimonianze di persone affette da sindrome di SAPHO che sono in remissione, grazie a farmaci correttamente prescritti e testati, agli integratori e ad una dieta speciale.

L’integratore AHCC può aiutare a dare sollievo dall’infiammazione cronica, grazie al suo effetto immunomodulante, antinfiammatorio e antiossidante. Derivato da una frazione unica del micelio del fungo shiitake, AHCC contiene polisaccaridi lineari a basso peso molecolare (alfa e beta glucani) noti in medicina per modulare l’iperattività del sistema immunitario. Una serie di ricerche ha dimostrato che AHCC supporta la risposta immunitaria e contribuisce a regolare i livelli delle citochine e l’attività delle cellule Natural Killer.

Secondo alcuni studi, l’azione di AHCC si esplica attraverso la regolazione di recettori presenti sui leucociti, che inducono l’immunità a reagire verso elementi estranei piuttosto che contro componenti dell’organismo stesso (autoimmunità). Per questo motivo AHCC può essere un integratore utile nella sindrome di SAPHO, per combattere i batteri che scatenano l’autoinfiammazione, orchestrare la risposta immunitaria e sostenere le difese naturali contro agenti estranei. Grazie al basso peso molecolare, dopo l’assunzione l’integratore AHCC viene assorbito nell’intestino tenue ed entra in circolo senza subire modificazioni metaboliche, espletando i suoi effetti negli organi e nei tessuti e specialmente sui macrofagi che lo internalizzano e lo trasportano nel midollo osseo e nel sistema reticolo-endoteliale. L’assunzione di AHCC come integrazione alla dieta e coadiuvante del trattamento farmacologico deve prima essere valutata dal medico curante.

 

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4340847/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24720503

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1297319X17301070?via%3Dihub

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https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4693114/

https://academic.oup.com/jn/article/136/11/2868/4664240

 

Pemfigo e integratori immunostimolanti

Tra le malattie della cute, dell’epidermide e delle mucose una delle più rare ma devastanti è il pemfigo o pemfigoide, una patologia cronica ad eziologia autoimmune che racchiude diverse forme cliniche. Con il termine pemfigo infatti si identifica una classe molto ampia di manifestazioni cutanee caratterizzate dalla formazione di vesciche e bolle sulla cute, sia spontaneamente sia in conseguenza di uno sfregamento (provocato, permette un rapido indirizzamento diagnostico). La malattia è causata da un difetto dei meccanismi di adesione cellulare dell’epidermide (in particolare di strutture dette desmosomi), che indeboliscono il collegamento tra l’epidermide e gli strati sottostanti. Il pemfigo può colpire sia la cute che le mucose: in alcune forme sono coinvolte le cavità nasali, la faringe, la laringe, la bocca e la regione genitale.

Clinicamente, nei pazienti affetti dalla forma di pemfigo detto “bolloso” avviene fisicamente il distacco dello strato epidermico dal derma sottostante a livello della lamina lucida: il distacco causa la formazione di un’eruzione bollosa costituita da bolle di diametro variabile, da pochi millimetri a diversi centimetri, isolate o confluenti, fragili e contenenti un liquido sieroso o siero-ematico. Le bolle possono persistere qualche giorno per poi rompersi (spontaneamente o dopo sollecitazione, essendo fragili) e causare erosione cutanea e croste emorragiche, che coinvolgono ampie porzioni di cute e quindi sono ad elevato rischio di infezione. Oltre alla forma bollosa, esistono altre varianti più o meno severe ma che comunque colpiscono pesantemente la qualità della vita. Il pemfigo è una malattia cronica dalla prognosi non buona: la mortalità dei soggetti colpiti è di 2-6 volte più elevata rispetto ai soggetti sani ed è dovuta ad infezioni, embolia polmonare, alte dosi di corticosteroidi e patologie concomitanti. Il pemfigo è causato da una reazione autoimmune e la terapia consiste sostanzialmente nel controllo del sistema immunitario impiegando corticosteroidi ed immunosoppressori.

Studiando le lesioni dei pazienti affetti da pemfigo è stato osservato un abbondante infiltrato cellulare infiammatorio costituito da autoanticorpi, linfociti B e T autoreattivi, neutrofili, eosinofili e macrofagi. Le cellule rilevate possono variare a seconda del quadro clinico e della forma di pemfigo, ma gli studi effettuati hanno rilevato chiaramente la presenza di anticorpi e linfociti autoreattivi, in grado di attaccare e distruggere la giunzione tra epitelio e derma; l’indebolimento della giunzione porta al distacco dell’epidermide dallo strato sottostante anche dopo un lieve sfregamento o addirittura senza alcun contatto. Gli anticorpi (immunità umorale) hanno probabilmente un ruolo patogenetico nell’insorgenza del pemfigo, le cui cause sono sia genetiche che ambientali. Alcuni studi hanno dimostrato che le immunoglobuline IgG attaccano i desmosomi e le laminine (proteine che garantiscono l’integrità strutturale della giunzione epidermide-derma). Anche l’immunità cellulare mediata dai linfociti T CD4+ è risultata essere coinvolta, mentre sono in corso ricerche su un eventuale meccanismo di mimetismo antigenico.

Gli esami citologici hanno mostrato che le lesioni cutanee causate dalla formazione delle bolle e dell’eritema sono accompagnati da un infiltrato infiammatorio costituito prevalentemente da eosinofili (granulociti che si attivano nelle reazioni allergiche ed autoimmuni) e linfociti T, accompagnati da anticorpi autoreattivi. Il significato patogenetico delle cellule T regolatorie individuate nelle lesioni pemfigoidi è stato studiato in alcune ricerche che hanno mostrato un marcato aumento dei linfociti T CD4+ e CD8+, che decresceva dopo la somministrazione della terapia. La produzione di citochine da parte delle cellule immunitarie ha un ruolo importante sia nello scatenare la risposta infiammatoria, sia nel mantenere attivi i processi flogistici e di richiamo di ulteriori cellule immuni. Nel sito delle lesioni da pemfigo è stata dimostrata la produzione di IL-17, un mediatore proinfiammatorio, da parte dei neutrofili appartenenti all’immunità innata; la produzione di tale citochina è diminuita rapidamente con la terapia. È stato inoltre provato che l’attivazione dei granulociti neutrofili è in grado di degradare la matrice extracellulare, amplificando ulteriormente l’infiammazione ed estendendo la portata e la gravità della malattia.

Il pemfigo è quindi da considerarsi una malattia cronica autoimmune caratterizzata da un essudato infiammatorio e cellulare ricco di fattori e mediatori biochimici in grado di aumentare i processi flogistici già in atto. La terapia a base di immunosoppressori ed antinfiammatori è in grado di risolvere solo i sintomi, senza curarne le cause, ed è gravata da effetti collaterali pesanti. In alcuni centri, alle terapie classiche sono stati aggiunti dei coadiuvanti, in particolare integratori immunostimolanti ed immunomodulanti, che si ritiene siano in grado di contrastare gli effetti collaterali delle terapie ed inibire in un certo grado l’infiammazione. Uno degli integratori più ad ampio spettro è AHCC, un estratto vegetale derivato dal fungo Lentinula edodes, che contiene beta-glucani ed alfa-glucani a basso peso molecolare ed elevato assorbimento. In alcuni studi, AHCC ha migliorato l’equilibrio tra risposta immunitaria innata ed acquisita, ha attivato le cellule responsabili della sorveglianza immunitaria ed inibisce gli effetti di alcune proteine dannose prodotte nei processi infiammatori. Inoltre, AHCC stimola la risposta immunitaria in modo mirato, contrastando i meccanismi autoreattivi a favore di un equilibrio tra le diverse componenti immunitarie.

In Italia si assiste ancora ad un generale scetticismo nei confronti dei preparati naturali, ma in alcuni Paesi (tra cui il Giappone, in cui ha origine l’estratto AHCC) sono stati ottenuti numerosi benefici abbinando terapia tradizionale e coadiuvante naturale. L’immunità e la sua efficienza o, al contrario, il suo deterioramento, sono elementi alla base di moltissime patologie e legano sia i processi di invecchiamento sia molte malattie croniche. Grazie all’ampia possibilità di applicazione ed al basso costo, sempre più centri di cura e di ricerca concentrano i loro sforzi nella comprensione e nella caratterizzazione dei meccanismi alla base dei benefici degli integratori come AHCC.

 

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11705679

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28590036

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4227922/

https://jamanetwork.com/journals/jamadermatology/article-abstract/550655

https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fimmu.2019.01506/full

Integratori utili nella sindrome di Kawasaki

La malattia di Kawasaki è una sindrome sistemica caratterizzata da vasculiti ricorrenti, ovvero infiammazione delle arterie di medio-piccolo calibro in tutto l’organismo. La sindrome di Kawasaki colpisce i neonati ed i bambini tra 1 anno ed 8 anni di età: i sintomi sono febbre prolungata, esantema, infiammazione delle mucose, linfoadenopatie e congiuntivite. Le arterie maggiormente colpite dalla vasculite sono le coronarie, ovvero i vasi che nutrono il miocardio. Il 20% dei pazienti affetti da sindrome di Kawasaki, se non trattato, rischia un grave danno cardiaco che si manifesta con insufficienza cardiaca, miocardite acuta, aritmie, endocardite e pericardite; un altro rischio importante è rappresentano dal formarsi di aneurismi delle coronarie, un ingrossamento patologico del vaso che potrebbe rompersi improvvisamente causando infarto.

La malattia tende a progredire per stadi. Il primo sintomo ad apparire è la febbre, di almeno 5 giorni, seguita da letargia, irritabilità e dolore addominale colico, segni che possono essere confusi con una sindrome influenzale; appaiono poi congiuntivite, eruzioni cutanee eritematoso/maculari sul tronco e regione perineale, iperemia faringea, lingua “a fragola”. In seguito, possono manifestarsi altri sintomi come lieve edema e desquamazione cutanea con guarigione spontanea, ma anche linfadenopatia cervicale dolente e, nei casi più gravi, sintomi cardiaci. Altri organi colpiti dalla sindrome sono i reni, il pancreas, le alte vie respiratorie, le mucose ed i linfonodi.

La sindrome di Kawasaki è la prima causa di patologia cardiaca nei bambini. In presenza dei sintomi sopracitati, bisogna immediatamente sospettare la sindrome ed eseguire esami mirati per confermarne la presenza. Le cause della sindrome sono sconosciute e probabilmente includono sia fattori genetici, sia fattori ambientali scatenanti; non esiste alcuna cura definitiva, ma le terapie a base di immunoglobuline o somministrazione di aspirina possono migliorare considerevolmente la prognosi ed evitare la malattia coronarica, che rappresenta la causa della morte di molti pazienti. Una volta scongiurato il danno cardiaco, le prognosi dei bambini affetti da sindrome di Kawasaki è generalmente buona e la mortalità è al di sotto dell’1%.

Alcuni studi basati sulle manifestazioni cliniche e sull’epidemiologia hanno permesso di ipotizzare che la causa della sindrome di Kawasaki possa essere una risposta immunitaria anomala ad un’infezione probabilmente virale che, in soggetti geneticamente predisposti, porta all’attivazione massiccia del sistema immunitario; un’altra possibilità è un meccanismo autoimmune che attacca le arterie. Gli studi sulla sindrome hanno rivelato che il danno endoteliale cronico aumenta la concentrazione di trombina ed attiva i linfociti, specialmente durante la fase acuta. Sono stati anche ritrovati anticorpi anti-endotelio (AECA), probabilmente generati contro un microrganismo ma in grado di cross-reagire verso alcune componenti delle arterie, riconoscendole erroneamente ed attaccandole. Il legame di tali anticorpi all’endotelio danneggia le arterie ed attiva le cellule immunitarie, con conseguente rilascio di citochine proinfiammatorie che favoriscono l’iper-coagulazione del sangue e le lesioni alle arterie coronarie.

L’infiammazione ha quindi un ruolo predominante nella sindrome di Kawasaki: il perdurare delle condizioni proinfiammatorie, causate dall’attacco anticorpale all’endotelio e dalle citochine prodotte dai linfociti, è un fattore prognostico fortemente negativo per i pazienti che ne sono affetti. La somministrazione di aspirina ai bambini affetti permette di abbassare la manifestazione febbrile, sopprimere l’infiammazione e controllare la coagulazione del sangue impedendo la formazione dei trombi, ma non è esente da rischi: la somministrazione di aspirina nei bambini sotto i 12 anni è solitamente controindicata perché può provocare la sindrome di Reye. Nei bambini malati di sindrome di Kawasaki il beneficio è ritenuto essere maggiore del rischio, ma eventi avversi sono probabili.

È possibile prescindere dalla somministrazione di FANS ai bambini affetti da sindrome di Kawasaki? Al momento le evidenze mediche non permettono di modificare i protocolli del trattamento, ma in alcuni studi è stato proposto di diminuire il dosaggio dei farmaci antinfiammatori in modo da controllare gli effetti collaterali. Alcuni integratori naturali, come AHCC, hanno mostrato un effetto antinfiammatorio in vitro ed in trial clinici. Usato come coadiuvante in numerose terapie, AHCC è un estratto standardizzato di beta-glucani di origine naturale, derivato dal micelio del fungo di origine giapponese Lentinula edodes, già noto in medicina tradizionale. AHCC modula numerose funzioni delle cellule immunitarie, inclusi i linfociti T ed i linfociti Natural Killer che possiedono un importante ruolo difensivo; in particolare AHCC controlla l’eccessiva risposta immunitaria e previene gli effetti collaterali che seguono l’assunzione di FANS e corticosteroidi.

In uno studio, i beta-glucani sono stati somministrati ad un modello animale e le analisi hanno dimostrato un aumento della fagocitosi da parte dei linfociti neutrofili e l’attivazione dei linfociti Natural Killer. Esiste un’ampia letteratura sui beta-glucani, universamente descritti come modificatori della risposta biologica: oltre all’attivazione diretta delle cellule immunitarie, i beta-glucani contenuti in AHCC potenziano la sintesi e la secrezione di varie citochine che controllano la risposta immunitaria impedendo attivazioni improprie tipiche delle risposte autoimmuni. Le molecole di AHCC sono in grado di indirizzare l’azione di numerosi composti cellulari prodotti dalle cellule immunitarie, come proteine e polipeptidi dotati di attività antitumorale ed antinfiammatoria. Il meccanismo d’azione dei beta-glucani si basa sul controllo degli effetti negativi dei farmaci antinfiammatori la cui assunzione quindi non va mai interrotta, per non perdere l’azione coadiuvante di AHCC.

 

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29437127

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30808315

http://www.jiaci.org/summary/vol29-issue4-num1825

https://academic.oup.com/rheumatology/article/56/1/6/2631538

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6942843/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26974354/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4202470/

 

 

 

Fascite e AHCC

La fascite è un’infiammazione o un anomalo accrescimento di una fascia, cioè del connettivo di natura fibrosa formato da collagene, che collega i muscoli e fornisce loro sostegno e protezione. Le fasciti rappresentano una condizione patologica poco comune e ne esistono diverse tipologie. Tra le quattro tipologie di fasciti note in medicina, la fascite necrotizzante è l’unica ad avere eziologia infettiva ed è causata da batteri (tipicamente stafilococchi o streptococchi) che attaccano la fascia sottocutanea causandone la rapida necrosi, con esito spesso infausto per il paziente: morte per shock settico o gravissime lesioni sono comuni, se la patologia non viene riconosciuta e trattata tempestivamente.

Le altre tre tipologie di fascite (eosinofila, plantare, monocitica) hanno diverse cause, per la maggior parte ancora sconosciute benché siano state avanzate delle ipotesi. La fascite plantare è provocata da una lacerazione della fascia plantare, colpisce più comunemente gli sportivi ed i soggetti obesi ed è causata da stili di vita errati, incidenti in allenamento, calzature non adeguate o piede piatto. La fascite eosinofila è classificata come malattia reumatica autoimmune e provoca progressivi indurimento, infiammazione e gonfiore negli arti inferiori e superiori; il nome deriva dall’aumento, nelle analisi del sangue, dei granulociti eosinofili, cellule del sistema immunitario che aumentano in caso di reazioni allergiche o autoimmuni. La fascite monocitica, infine, consiste in una forma molto rara di sindrome auto infiammatoria cronica caratterizzata da febbri periodiche: le cause sono sconosciute ma è molto probabile siano correlate ad una attivazione anomala del sistema immunitario.

I sintomi della fascite sono vari, ma comprendono dolore acuto e pungente localizzato a piede e tallone (più tipico della fascite plantare), gonfiore ed infiammazione degli arti con indurimento e blocco del movimento (fascite eosinofila), febbre, vesciche, bolle, trombosi e necrosi tissutale con shock settico (fascite necrotizzante). Il trattamento delle fasciti, con l’esclusione della fascite necrotizzante che richiede un’aggressiva terapia antibiotica e chirurgica, comprende la somministrazione di farmaci antinfiammatori (FANS), corticosteroidi, antistaminici, riposo, massaggi specifici, tutori e plantari per alleviare la tensione. L’uso degli antinfiammatori è piuttosto controverso per la fascite plantare perché nonostante la presenza di dolore che è il sintomo tipico, non ci sono evidenze di infiammazione nel piede dei soggetti colpiti (tipicamente sportivi e soggetti obesi il cui peso schiaccia le parti molli del piede).

Il motivo per cui si sviluppano determinate tipologie di fascite (in particolare la fascite eosinofila) è ancora non noto. Alcuni ricercatori ritengono che la fascite sia causata da un evento scatenante non ancora individuato che provoca una risposta anormale del sistema immunitario, ad esempio una reazione allergica, che spiegherebbe l’aumento dei granulociti eosinofili negli stadi precoci della malattia.             Questa anomala risposta immune provoca l’aumento delle cellule immunitarie ed il loro accumulo in altri tessuti del corpo, con i sintomi tipici: indurimento delle fasce muscolari negli arti, ispessimento della cute e dei tessuti. La malattia potrebbe anche rappresentare una variante della sclerodermia o della sindrome fascite-panniculite.

Un indebolimento del sistema immunitario potrebbe spiegare l’insorgenza della fascite necrotizzante, una condizione rara ma potenzialmente letale che richiede un trattamento rapido sia antibiotico che chirurgico per scongiurare la perdita dell’arto o la morte del paziente per shock settico. Le cause della fascite necrotizzante sono conosciute, ma si ignora il motivo per cui alcuni soggetti vengano colpiti da questa forma estremamente aggressiva di infezione del tessuto sottocutaneo. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che infezioni da parte di streptococchi di gruppo A (in particolare Streptococcus pyogenes, responsabile di infezioni alla gola ed ai tessuti molli) esauriscano le capacità del sistema immunitario, rendendolo più sensibile ad infezioni secondarie; uno studio di fase III condotto negli Stati Uniti ha confermato questa ipotesi.

Sarebbe possibile rafforzare il sistema immunitario nei soggetti a rischio di sviluppare fascite plantare, fascite eosinofila e fascite necrotizzante (sportivi, pazienti obesi, persone con ripetute infezioni da streptococchi gruppo A)? Seguire uno stile di vita sano ed una dieta corretta sono già di per sé in grado di rafforzare il sistema immunitario, ma esistono anche composti immunomodulanti naturali in grado di rafforzare e supportare l’immunità innata e specifica. AHCC (Active Hexose Correlated Compound), già utilizzato come ricostituente dopo la chemioterapia, è in grado di aumentare la risposta anticorpale e l’azione delle cellule dendritiche e Natural Killer, in grado di produrre citochine ad azione difensiva.

Derivato dal micelio di funghi medicinali, AHCC ha una formulazione che comprende frazioni a basso peso molecolare di polisaccaridi lineari titolati e standardizzati. Una volta assorbiti interi nell’intestino tenue i glucani contenuti in AHCC raggiungono il sistema reticolo-endoteliale dove vengono attivati e conferiscono all’ospite una protezione fisiologica contro una varietà di offese esterne. Ci sono numerosi studi, pubblicati su riviste internazionali, che confermano come l’integrazione di AHCC alla dieta possa sostenere il sistema immunitario e rappresentare un sostegno alle capacità dell’organismo di inibire la proliferazione dei batteri sin dalle prime fasi. Anche nelle fasciti causate da reazioni autoimmuni o dall’attacco di batteri patogeni, AHCC potenzia l’attività immunitaria e riduce le reazioni infiammatorie, contribuendo ad alleviare i sintomi dell’infiammazione e sopprimendo le infiltrazioni di cellule infiammatorie nei tessuti, che si verificano specialmente nella fascite eosinofila.

 

Fonti:

https://rarediseases.org/rare-diseases/eosinophilic-fasciitis/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30899798

https://www.sciencedaily.com/releases/2008/08/080813120743.htm

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29558822

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23194525

 

 

NKLife AHCC, un integratore per le donne

Gli integratori di AHCC sono particolarmente indicati per la popolazione femminile, colpita duramente dal carcinoma della cervice uterina causato nel 99,8% dei casi dall’infezione da papilloma virus umano (HPV). Sono quasi 3000 le donne colpite ogni anno da questa patologia. I ceppi del virus coinvolti nell’insorgenza della malattia sono 4. Si tratta di un virus che si trasmette per via sessuale, quindi strettamente legato alla mancanza di precauzioni duranti i rapporti. Peraltro l’HPV è responsabile anche di altre neoplasie come quelle all’ano, all’orofaringe, alla vagina, alla vulva e al pene.

Per le donne esiste uno screening specifico per la rilevazione della presenza dell’HPV e consiste nel pap-test, da eseguire ambulatorialmente presso il proprio ginecologo. Il test rileva precocemente la presenza di cellule precancerose atipiche oppure lesioni neoplastiche conclamate, portando ad una diminuzione dell’incidenza della malattia oncologica fino all’80%.

Sono molte le donne che scoprono di essere affette dal cancro proprio grazie a questo screening, in quanto presentano già una displasia o addirittura un carcinoma in situ. In questi casi la paziente verrà sottoposta ad un protocollo di cure che prevede l’intervento chirugico, la radioterapia e la chemioterapia, con conseguenti effetti collaterali che andranno a diminuire la sua qualità di vita.

Dal cancro della cervice si può trattare efficamente, portando il soggetto in remissione, tuttavia il papilloma virus non si può eradicare, dunque rimane nell’organismo per tutta la vita. Esso si inserisce nella cellula e rimane silente anche per anni.

Per evitare la ricomparsa del tumore, è fondamentale mantenere alte le difese immunitarie della paziente e per farlo è opportuno che ella assuma regolarmente un integratore di AHCC che ha la capacità di stimolare le cellule NK, i linfociti deputati al killing antivirale. Numerosi studi sia in vitro sia clinici hanno dimostrato l’efficacia di NKLife AHCC nel trattamento del cancro alla cervice attraverso una puntuale stimolazione del sistema immunitario, favorendo anche le terapie tradizionali e intervenendo a smorzare gli effetti collaterali delle stesse. Si tratta quindi di una vera e propria immunoterapia naturale.

Sono i glucani contenuti nella molecola di AHCC (Active Hexose Correlated Compound), derivante da una frazione del micelio del fungo Shiitake, a promuovere la risposta immunitaria contro le infezioni. In modo particolare si è osservato come l’HACC supporti l’azione di citochine e anticorpi, andando ad equilibrare il sistema difensivo , bloccando la proliferazione angiogenetica neoplastica, e stimolando la quella linfocitaria.

Uno studio dell’Università del Texas ha sperimentato l’azione di AHCC su una linea cellulare infetteta da HPV, dimostrando l’eradicazione della presenza virale in 90 giorni senza che vi fosse una sua ricomparsa successiva, abbastanza tipica di questo virus che rimane nascosto nel DNA cellulare. Nell’erdicazione del virus hanno un ruolo fondamentale i linfociti NK e le cellule dendritiche.

E’ in fase di studio un trial clinico di fase II randomizzato in doppio cieco per verificare se nell’uomo è possibile arrivare ad una eradicazione del virus così come si è ottenuto sui ratti. Sicuramente la molecola di AHCC ha un grosso potenziale, pertanto già è ritenuta per la comunità scientifica un’integrazione coadiuvante della chemioterapia nel trattamento del cancro della cervice.

I risultati ottenuti dalle varie sperimentazioni condotte negli ultimi vent’anni sul potenziale curativo di AHCC vengono periodicamente presentati ai convegni medici e, pur necessitando di ulteriori approfondimenti in merito ai meccanismi d’azione della molecola, le sue proprietà sono ritenute idonee per il rafforzamento delle difese contro infezioi virali e batteriche. In occasione dell’11esimo congresso internazionale della Society for Integrative Oncology (SIO) ad Houston, sono stati presentati i risultati di uno studio su 10 donne positive all’HPV che sono state trattate con l’estratto di AHCC assunto per via orale per 10 mesi. Al termine del trial 5 pazienti sono risultate negative al test e 3 avevano eradicato totalmente il virus, mentre 2 hanno proseguito con il trattamento.

 

L’eradicazione del papilloma virus umano è sempre stata considerata impossibile, in quanto il genoma del virus si integra in quello delle cellule umane e ciò permette al virus di manifestarsi in qualsiasi momento, ad esempio in caso di indebolimento del sistema immunitario. L’efficacia di AHCC si basa sul concetto di immunoterapia, ovvero sfruttare lo stesso sistema immunitario per combattere la malattia riattivando le cellule Natural Killer e le cellule dendritiche e spingendole a reagire contro il virus, eliminandolo dalle cellule nelle quali si nasconde; rappresenta quindi un utile alleato delle donne per combattere un tumore insidioso.

Fonti:

 

https://www.tmc.edu/news/2014/12/unexpected-threat-hpv/

https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fonc.2019.00173/full

https://accpjournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1592/phco.31.3.280

 

Sindrome di Reiter, una malattia del sistema immunitario

La sindrome di Reiter è una patologia ad eziologia infettiva legata all’insorgenza di processi infiammatori che colpiscono diversi organi. La causa primaria dell’infiammazione è l’infezione scatenata da batteri a trasmissione sessuale ed oro-fecale, solitamente Chlamydia trachomatis, Salmonella spp, Shigella spp, Yersinia spp e Campylobacter spp. Nella sindrome di Reiter, circa 2-3 settimane dopo l’infezione batterica, si verifica un improvviso malfunzionamento del sistema immunitario che può colpire le articolazioni, l’uretra e gli occhi (la cosiddetta triade). La sindrome di Reiter in gran parte dei casi si limita ad interessare le sole articolazioni, nel qual caso viene chiamata artrite reattiva. I sintomi sono molto variabili ma comprendono dolore, tumefazione ed infiammazione delle grandi articolazioni, congiuntivite con eritema e bruciore, eruzioni cutanee, diarrea, febbricola. La sindrome di Reiter è poco comune (1 caso ogni 2.500 persone) e colpisce maggiormente uomini di età compresa tra 15 e 40 anni. In alcuni soggetti (specialmente donne) l’uretrite e la congiuntivite possono essere asintomatiche, renderlo difficoltosa l’individuazione della triade e ritardando di conseguenza la diagnosi della sindrome.

Le cause della sindrome di Reiter non sono ancora note, ma perché il processo infiammatorio abbia inizio si devono necessariamente verificare un’infezione da parte di alcuni batteri intestinali, urinari o genitali e subito dopo il malfunzionamento del sistema immunitario, come accade nelle patologie autoimmuni in cui le cellule immunitarie attaccano organi e tessuti dell’organismo stesso. Quindi l’infezione batterica è l’evento scatenante, ma il principale colpevole dello sviluppo della sindrome è l’anomalia del sistema immunitario. Sono state indagate anche possibili predisposizioni genetiche, come l’essere portatori del gene HLA-B27 (dal 60 al 90% dei casi di sindrome di Reiter), ma i meccanismi che portano a tale predisposizione non sono chiari. Ad oggi è possibile curare le infezioni che causano la sindrome, ma la sindrome stessa non ha alcuna terapia specifica: i sintomi infiammatori e l’anomala risposta del sistema immunitario possono essere trattati con antinfiammatori, corticosteroidi ed antireumatici, che però presentano il problema di effetti collaterali notevoli.

Nella maggior parte dei casi la sindrome di Reiter causa una artrite reattiva che viene classificata nello spettro delle spondiloartriti, ovvero quelle patologie che causano infiammazione delle articolazioni e dei tendini che collegano le articolazioni alle ossa ed ai muscoli, spesso come risultato di una infezione. Il gene HLA-B27, riscontrato nel 75% dei soggetti affetti da sindrome di Reiter, è stato anche associato a persone colpite da spondilite anchilosante e questa scoperta fa propendere per una maggiore suscettibilità genetica dei portatori verso disfunzioni immunitarie.

Il meccanismo patogenetico che causa la deregolazione del sistema immunitario nella sindrome di Reiter è ancora ignoto, ma è probabilmente coinvolto il cosiddetto mimetismo molecolare: in alcuni soggetti, la risposta immunitaria diretta contro specifici antigeni successivamente alla sconfitta dell’infezione si trasforma in risposta immune contro antigeni self simili a quelli microbici. Sono noti in letteratura numerosi casi di mimetismo molecolare contro antigeni batterici, tra cui manifestazioni autoimmuni dopo infezioni ripetute da Streptotoccus pyogenes. Alcuni studi hanno anche segnalato un possibile ruolo da parte del microbioma intestinale, che sarebbe alterato nei soggetti affetti dalla sindrome, ma i dati disponibili sono limitati.

L’assenza di una specifica cura per l’infiammazione causata dalla sindrome di Reiter ha portato la comunità medica ad interrogarsi sul possibile effetto benefico di alcuni integratori immunomodulanti nel ridurre l’infiammazione e l’iperattività del sistema immunitario. Tra questi merita di essere menzionato l’AHCC, un integratore coadiuvante del sistema immunitario di supporto contro infiammazioni, stanchezza, effetti collaterali dei chemioterapici ed altre patologie croniche. Estratto dal micelio del fungo shiitake, l’AHCC è un insieme di glucidi lineari (alfa e beta glucani) noti per effetti benefici sul sistema immunitario, con il vantaggio di un basso peso molecolare che permette ai nutrienti di essere assorbiti ed utilizzati in toto senza subire modificazioni chimiche che potrebbero diminuirne la disponibilità.

L’efficacia di AHCC come ricostituente ed immunomodulante è stata provata da numerosi studi sia in Giappone (Paese di origine dell’estratto) sia in altri Paesi in patologie come cancro, infezioni e malattie infiammatorie croniche di carattere reumatico. AHCC ha dimostrato di poter controllare l’attività infiammatoria scatenata dalle cellule appartenenti al sistema immunitario: esercita un effetto protettivo nel modello animale del diabete di tipo 1 e, in ratti affetti da malattia cronica intestinale, AHCC ha attenuato l’infiammazione del colon e l’espressione delle citochine e chemochine proinfiammatorie in modo simile al farmaco solitamente utilizzato per tale malattia, migliorando allo stesso tempo la disponibilità di composti antiossidanti come il glutatione.

L’integratore AHCC può portare benefici a pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche con una forte componente autoimmunitaria come l’artrite reattiva (sindrome di Reiter), il morbo di Crohn, il lupus eritematoso sistemico, l’artrite reumatoide e la sclerosi multipla. Anche se non rappresenta ancora una terapia definitiva ed a sé stante per mancanza di studi definitivi sui suoi effetti, utilizzato sotto controllo medico ed in combinazione con le attuali terapie AHCC contribuisce a modulare positivamente il sistema immunitario.

 

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29455267

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25199646

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK499831/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6835407/

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/mnfr.201400364

https://academic.oup.com/jn/article/137/5/1222/4664590

https://insights.ovid.com/international-immunopharmacology/intim/2016/10/000/active-hexose-correlated-compound-modulates-lps/34/00130056

 

AHCC contro la congiuntivite allergica

L’AHCC è una molecola estratta dal fungo shiitake, noto da sempre nelle medicina tradizionale cinese e giapponese e oggi utilizzato anche dalla medicina occidentale come importante coadiuvante di varie terapie. Grazie al suo basso peso molecolare, entra integra nelle cellule ed espleta in toto la sua azione immunomodulante, rendendosi particolarmente utile nei casi di malattia cronica di origine autoimmune, nella terapia dell’HPV, contro i sintomi avversi della chemioterapia e, in generale, per rafforzare le difese immunitarie dei pazienti. Inoltre inibisce le reazioni infiammatorie specifiche ed autoimmuni.

Numerosi studi clinici hanno messo in luce come l’AHCC sia in grado di coordinare la risposta infiammatoria contro agenti patogeni come quelli responsabili della congiuntivite allergica, mantenendo l’omeostasi delle cellule immunitarie attivate.

La congiutivite allergica è un disturbo piuttosto comune della congiuntiva causato da una reazione allergica. Gli allergeni aerei sono tra le sostanze che maggiormente causano questa malattia. I sintomi tipici sono: arrossamento dell’occhio, lacrimazione, gonfiore, secrezioni nasali e stimolo a starnutire. Le terapie sono sintomatiche e consistono nell’applicazione locale di colliri antistaminici e corticosteroidi e lacrime artificiali.

Perché la congiuntiva reagisce agli allergeni con una risposta infiammatoria? La congiuntiva è la membrana che riveste internamente la palpebra e, quando l’occhio si chiude, è a contatto con la sclera dell’occhio (il cosiddetto bianco). Questa membrana contiene numerose cellule appartenenti al sistema immunitario dette mastociti, la cui funzione è liberare istamina in reazione ad uno stimolo. L’istamina è un mediatore chimico infiammatorio ed è contenuta in granuli all’interno dei mastociti: in risposta ad un allergene (acari, polvere, spore, pollini, pelo di animali ecc.) i mastociti liberano l’istamina che richiama altre cellule del sistema immunitario ma soprattutto causa infiammazione oculare di tipo allergico.

La congiuntivite allergica può essere lieve o grave e ci sono soggetti che ne soffrono per prolungati periodi dell’anno. Le forme più comuni sono la cosiddetta febbre da fieno (stagionale, causata da spore di polvere o erba, da pollini delle graminacee ed altre sostanze) e la congiuntivite allergica annuale. In primavera la forma più frequente è la cheratocongiuntivite primaverile, tipica dei ragazzi fino a 20 anni, che può essere accompagnata da eczema, asma o manifestazioni cutanee e talvolta interessa anche la cornea, provocando lo sviluppo di piccole ulcere dolorose e sensibili alla luce solare. Il bruciore e la lacrimazione agli occhi possono essere molto fastidiosi e l’intenso grattamento può anche provocare lesioni con sovra-infezioni batteriche. Nei casi più gravi il soggetto deve ricorrere all’assunzione di antistaminici per via orale, per dare sollievo alla sintomatologia.

Normalmente, la reazione immunitaria è indirizzata verso agenti estranei patogeni, allo scopo di proteggere l’organismo. Quando l’organismo indirizza l’immunità verso cellule o tessuti self, si è in presenza di una reazione autoimmune; altre deviazioni immunitarie invece, come nel caso delle allergie, indirizzano la risposta immune contro sostanze appartenenti all’ambiente ed innocue. Perché l’organismo reagisce contro antigeni inoffensivi? In certi soggetti l’immunità produce una risposta inusuale verso molecole non patogene, ma non si conoscono con certezza i meccanismi di instaurazione delle allergie. È stato ipotizzato che un contatto limitato con antigeni ambientali possa sensibilizzare eccessivamente il sistema immunitario, poco “allenato” a discriminare tra agenti patogeni ed innocui e di conseguenza iper-responsivo verso alcune molecole in realtà non pericolose. Tuttavia, è stato anche osservato che la sensibilizzazione verso agenti ambientali in molti casi è tardiva, ovvero si sviluppa in maniera silente e si attiva (con la sintomatologia correlata) solo dopo un secondo contatto con tali agenti.

È probabile che alcuni agenti modulanti le reazioni immunitarie possano rappresentare un aiuto per le persone colpite da congiuntivite allergica o allergie stagionali. La modulazione del sistema immunitario è un campo di studi piuttosto recente, che sta interessando gli scienziati per la possibilità di insegnare alle cellule immunitarie a reagire solo agli agenti estranei nei casi in cui sia presente una auto-immunità o una deregolazione immune, le quali portano le cellule a combattere cellule self o ad attaccare antigeni ambientali. Uno studio condotto sulle cellule immunitarie ha dimostrato che AHCC, un composto immunomodulante naturale estratto dal micelio del fungo giapponese shiitake, è in grado di aumentare la risposta immunitaria specifica contro i patogeni inibendo le attivazioni improprie e funzionando quindi come coadiuvante e promuovente l’attività dei linfociti.

In studi clinici controllati ed in esperimenti su animali da laboratorio, AHCC si è dimostrato capace di coordinare la risposta immunitaria contro agenti patogeni e, allo stesso tempo, di mantenere l’omeostasi delle cellule immunitarie non attivate, suggerendo la sua capacità di inibire attivazioni improprie dell’immunità aspecifica.

Il fungo shiitake (Lentinula edodes) è noto da millenni nella medicina tradizionale cinese, ma solo da pochi anni la medicina moderna ne ha scoperto le innumerevoli proprietà. Il preparato dal micelio del fungo AHCC (Active Hexose Correlated Compound), grazie al basso peso molecolare delle frazioni attive polisaccaridiche, penetra integro nelle cellule e funziona come immunomodulante, fornendo protezione contro una serie di agenti biologici. Attualmente l’integratore AHCC viene prescritto nell’ambito di numerose terapie (antibatteriche, antivirali, antineoplastiche) come coadiuvante e ricostituente dell’immunità, giocando un ruolo nell’orchestrare la risposta immunitaria inibendo le reazioni infiammatorie aspecifiche ed autoimmuni.

 

Fonti

 

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18791928

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4388943/

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0308814612014410?via%3Dihub

https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/1534735419866908

 

Morbo celiaco e sistema immunitario

La celiachia è una malattia molto comune (colpisce circa 1 persona su 100) causata da una reazione immunitaria al glutine in persone geneticamente predisposte. Il glutine è una proteina complessa presente in alcuni cereali. Nelle persone celiache il sistema immunitario attacca il glutine, scatenando una risposta infiammatoria che coinvolge l’intestino tenue e provoca sintomi quali diarrea, vomito, dolore e gonfiore addominale, malassorbimento, astenia e ritardi nella crescita.

Il glutine è formato da diverse subunità proteiche. La reazione immunitaria si verifica contro una di queste subunità, chiamata gliadina: l’aggressione delle cellule immunitarie si esplica a livello intestinale causando un’infiammazione intensa, dovuta alla produzione di citochine (TNF-alfa, IL-2 e IL-4), che progressivamente manda le cellule in apoptosi e distrugge i villi intestinali fino alla loro scomparsa. I villi intestinali sono deputati all’assorbimento delle sostanze nutritive ed il loro danneggiamento può portare a serie problematiche, tra le quali sindromi da malassorbimento e sintomi extraintestinali a carico di diversi organi. Per evitare danni all’intestino, i pazienti celiaci non devono assumere glutine per tutta la loro vita.

Il motivo per cui il sistema immunitario attacca impropriamente il glutine è ancora sconosciuto, ma sono numerosi i gruppi di ricerca che studiano la malattia, nel tentativo di trovare una cura per un’intolleranza che colpisce milioni di persone nel mondo. Sono state proposte numerose teorie per spiegare l’anomala risposta immunitaria e per chiarire i meccanismi molecolari che si celano dietro questa malattia autoimmune. Un team dell’università di Cardiff ha pubblicato su Cell un’importante scoperta: le persone celiache presentano un’alterazione permanente in alcune cellule immunitarie, i linfociti T. Questa classe di linfociti verrebbe gradualmente sostituita da una sottoclasse di linfociti T che promuovono la risposta infiammatoria. Anche eliminando il glutine dalla dieta, secondo lo studio il danno tissutale rimane, così come non vengono eliminate le cellule T pro-infiammatorie che hanno definitivamente rimpiazzato i linfociti T “normali”: le conseguenze a lungo termine potrebbero essere gravi.

Ma qual è il primo evento che scatena l’attività anomala del sistema immunitario? Non si nasce celiaci, ma con una predisposizione genetica alla malattia: la celiachia può essere diagnosticata molto precocemente, ad esempio al momento dello svezzamento, oppure può emergere anche dopo anni dalla nascita, in seguito all’esposizione a diversi fattori (un’infezione, un evento stressante, un disturbo immunitario o altri elementi sconosciuti). È stata dimostrata l’associazione stretta tra celiachia e la presenza dei geni HLA DQ2/DQ8/DR4 (circa il 95% dei celiaci ha l’antigene DQ2 e circa il 5% il DQ8). In uno studio pubblicato nel 2017 sulla nota rivista Science, è stata messa in relazione la celiachia con l’infezione da parte di un virus intestinale, il reovirus. L’infezione da reovirus è molto comune sin dall’infanzia e di solito asintomatica, ma è sospettata di scatenare una reazione autoimmune: il sistema immunitario potrebbe “confondere” alcuni antigeni virali con il glutine e quindi attaccarlo (“mimetismo molecolare”). Secondo gli scienziati quindi in soggetti geneticamente predisposti il reovirus può far emergere la celiachia: alcuni pazienti celiaci infatti avevano un numero di anticorpi anti-reovirus molto più alto dei soggetti sani.

Il reovirus potrebbe essere uno dei trigger in grado di creare le condizioni favorevoli per lo sviluppo della celiachia in soggetti con un particolare profilo genetico. In particolare l’infezione nei primi anni di vita, quando l’immunità è ancora immatura, potrebbe destabilizzare il sistema immunitario che ha già incontrato il virus e farlo reagire impropriamente contro il glutine a causa di un meccanismo di reattività crociata. Lo stesso meccanismo è stato proposto nel caso di peptidi batterici che, tramite lo stesso meccanismo di mimetismo molecolare, potrebbero indurre le cellule immunitarie ad attaccare il glutine. Queste scoperte lasciano spazio alla possibilità di sviluppare vaccini, ad esempio per ridurre il rischio nei figli di soggetti celiaci.

Per ora però, l’unico modo che i celiaci hanno di evitare gravi danni all’intestino è non assumere il glutine, per impedire l’attivazione della risposta immunitaria ed infiammatoria e la distruzione della mucosa intestinale. Esistono alcuni integratori che possono aiutare i celiaci a regolare la popolazione batterica residente e modulare la risposta immunitaria intestinale, riducendo la risposta immunitaria aspecifica. Le frazioni di polisaccaridi lineari contenute nell’integratore a base di AHCC possono aiutare a tenere sotto controllo i sintomi della malattia, in particolare quelli riconducibili ad un’alterazione della flora batterica intestinale.

AHCC è un estratto del fungo giapponese shiitake e viene utilizzato in medicina per la gestione degli effetti collaterali dei farmaci e come ricostituente dopo terapie farmacologiche. Grazie al suo basso peso molecolare, AHCC attraversa l’intestino senza subire modificazioni e la sua attività probiotica si esplica sia favorendo la flora batterica residente, a discapito di eventuali patogeni che potrebbero approfittare dei disturbi intestinali, sia modulando l’immunità innata presente sulla mucosa intestinale. Eliminando del tutto il glutine ed assumendo integratori probiotici si potranno combattere anche sintomi come il malassorbimento – causato dall’infiammazione della mucosa deputata all’assorbimento dei nutrienti – e patologie secondarie che a volte si instaurano come conseguenza del prolungato stato infiammatorio.

 

 

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30561391

https://ndnr.com/autoimmuneallergy-medicine/immune-modulator-for-autoimmune-disease/

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0092867418316532

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28386004

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31873306

 

Combattere lo stress ambientale attraverso l’assunzione di un integratore di AHCC

Lo stress è una costante della vita moderna: lavoro, famiglia ed impegni sociali, per quanto percepiti come una gratificazione dalla maggior parte delle persone, comportano un carico mentale e fisico non indifferente di cui alla lunga si paga il prezzo. Lo stress non è solo un problema fisico o mentale, ma un fenomeno largamente conosciuto, con parametri fisiologici calcolabili; così come esiste un modo per “misurare” lo stress ambientale, esistono anche farmaci e rimedi per diminuirlo. Normalmente, non vengono prescritti farmaci per lo stress, ma piuttosto integratori e rimedi naturali che – al contrario dei medicinali – presentano pochi effetti collaterali ed altrettanto limitate controindicazioni. I rimedi naturali e gli integratori non vanno però assunti alla leggera, perché anche molti medicinali sono costituiti da molecole di origine naturale (ad esempio l’aspirina e molti chemioterapici). Naturale non è sinonimo di innocuo, quindi persone che prendono cronicamente farmaci o con particolari problemi di salute dovrebbero rivolgersi sempre al medico prima di iniziare ad assumere un integratore.

L’effettiva azione antistress di alcuni integratori è stata dimostrata. Uno di questi integratori è l’AHCC® (Active Hexose Correlated Compound), un composto immunomodulante contenente frazioni attive di polisaccaridi lineari a basso peso molecolare, derivato di una frazione purificata del micelio del fungo officinale Lentinula edodes (noto in Giappone come fungo shiitake). L’integratore AHCC® è molto utilizzato in Giappone come stimolante del sistema immunitario, in quanto alcuni studi ne hanno dimostrato l’attività rinforzante sui linfociti Natural Killer e sulle cellule dendritiche. L’azione specifica di questo integratore consiste nell’attivazione di recettori presenti sulla membrana plasmatica dei macrofagi; tali recettori aumentano la produzione di citochine che a loro volta, con un meccanismo a cascata di attivazione recettoriale, richiamano ulteriori cellule immunitarie e ne potenziano l’attività biologica. Tutto ciò si traduce in una maggiore capacità dell’organismo di far fronte alle infezioni virali e batteriche.

Ma cosa c’entra lo stress ambientale con la risposta immunitaria ed infezioni? Lo stress rappresenta un momento di vulnerabilità dell’organismo, in primis da agenti patogeni esterni. Quando si è stressati, le difese immunitarie si abbassano: un esempio è il fastidioso e comune herpes che spunta sul labbro nei periodi difficili ed è sintomo di una diminuzione dell’efficienza immunitaria nel controllare la replicazione virale. Stress e malattie infettive sono quindi strettamente connessi, così come stress e i disturbi del sistema gastrointestinale (costipazione, diarrea, difficoltà digestive…). Uno dei principali ormoni dello stress è il cortisolo, prodotto dal surrene, che aumenta immediatamente quando una persona è stressata ed agisce sopprimendo il sistema immunitario (infatti, i principali farmaci immunosoppressivi con i cortisonici). L’integratore AHCC® ha l’effetto esattamente opposto: uno studio eseguito su un modello animale sottoposto a stress, ha mostrato che gli animali trattati con AHCC presentavano valori inferiori di cortisolo e di adrenalina (mediatore chimico coinvolto nella risposta di tipo “attacco o fuga” innescata dal sistema nervoso simpatico). Questo studio non ha preso in considerazione l’attività del sistema immunitario, ma la presenza delle molecole che ne determinano la soppressione. Da ciò è facilmente deducibile come l’integrazione di AHCC non sia consigliata alle persone che assumono immunosoppressivi, perché l’AHCC ne antagonizzerebbe l’azione, annullandone gli effetti farmacologici.

Sostenere il sistema immunitario è uno degli effetti dell’integratore AHCC®. In un altro studio, ad un gruppo di soggetti sani ma stressati è stato somministrato AHCC mentre un altro gruppo ha assunto un placebo. Il livello di stress iniziale dei gruppi è stato misurato con il Test di Schellong che consiste nella misurazione di due parametri dipendenti dall’attivazione del sistema nervoso simpatico o parasimpatico: il polso arterioso e la pressione (sistolica e diastolica). I parametri sono stati presi a diversi intervalli ed in posizioni diverse del paziente (in piedi o sdraiato). Sistema nervoso simpatico e parasimpatico sono i due rami del sistema nervoso autonomo e si attivano in modo alternato l’uno all’altro. Mentre il sistema nervoso simpatico entra in funzione in risposta allo stress come “difesa” da qualcosa che percepiamo come fonte di pericolo (il cosiddetto meccanismo “attacco o fuga”), il sistema nervoso parasimpatico subentra in una condizione di rilassamento e di normalità. In una persona non stressata, la componente parasimpatica è solitamente dominante, mentre il contrario avviene in una persona tesa e nervosa.  Il gruppo di pazienti che ha assunto AHCC ha mostrato una maggiore attivazione del sistema nervoso parasimpatico invece che del sistema nervoso simpatico; il gruppo che ha assunto il placebo ha mostrato l’effetto diametralmente opposto. Alle analisi del sangue, i pazienti trattati con AHCC avevano livelli maggiori di linfociti Natural Killer.

La diminuzione di sintomi legati all’attivazione del sistema nervoso simpatico e l’aumento di cellule immunitarie protettive permette di concludere che l’AHCC abbia un effetto immunostimolante e quindi protettivo verso le malattie infettive, ma il collegamento tra AHCC e diminuzione dello stress ambientale non è così diretto e nemmeno del tutto chiaro. Nessuno studio, infatti, è stato finora condotto per esaminare gli effetti dell’integratore sullo stress mentale e di carattere psicologico. Tuttavia, nonostante la necessità di doverosi approfondimenti, è innegabile la registrazione di una effettiva diminuzione dei parametri stressori fisiologici, quindi l’integratore AHCC® si è rivelato utile per stimolare la risposta immunitaria e mantenere lo stato di salute nei soggetti sani.

 

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15147233

https://www.naturalmedicinejournal.com/journal/2011-01/active-hexose-correlated-compound-ahcc-and-immune-outcomes-humans-review

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29558822

http://ahccpublishedresearch.com/articles/wp-content/uploads/2016/10/Liter-AHCC-Pop-0000-Kenner-PDF-CFS-NK-Cells-How-Stress-Affects….pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26788109

https://academic.oup.com/jn/article/136/11/2868/4664240

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