Rafforzare il sistema immunitario nella sindrome da anticorpi antifosfolipidi

La sindrome da anticorpi antifosfolipidi è una malattia cronica caratterizzata dall’aggressione, da parte del sistema immunitario, delle proteine legate ai fosfolipidi. Si tratta di una patologia ad eziologia autoimmune, dalle cause non note, che si manifesta clinicamente con un quadro di trombosi venose ed arteriose ricorrenti (sia vascolari che extra-vascolari), attacchi ischemici transitori, infarto, ischemie cerebrali, complicanze in gravidanza, aborti spontanei ed associazione con altre malattie autoimmuni, come il lupus eritematoso sistemico. Tipica dell’età giovane o della mezza età, la sindrome da anticorpi antifosfolipidi ha una bassa prevalenza, ma non è rara: dal 2 al 5% della popolazione presenta tali anticorpi nel sangue (le donne sono 3 volte più colpite), anche se la sintomatologia è piuttosto variabile. Non sono note le cause per cui avviene la produzione, da parte delle cellule immunitarie, di anticorpi antifosfolipidi che interferiscono con le cellule endoteliali nei vasi sanguigni, provocando uno stato infiammatorio e pro-coagulante. La malattia è probabilmente multifattoriale, esiste una predisposizione genetica (identificata in alcune famiglie) ma un ruolo sicuramente importante è svolto da fattori ambientali, immunitari ed ormonali.

La sindrome da anticorpi antifosfolipidi è una malattia autoimmune: il sistema immunitario, normalmente deputato alla difesa dell’organismo da agenti estranei o patologie tumorali, attacca le sue stesse componenti producendo anticorpi anomali che interferiscono con la coagulazione causando trombosi disseminate nell’organismo. Come per la maggior parte delle malattie autoimmuni, anche per la sindrome da anticorpi antifosfolipidi la terapia consiste nella soppressione del sistema immunitario iperattivo tramite corticosteroidi e nell’assunzione di farmaci antiaggreganti ed anticoagulanti, allo scopo di prevenire le manifestazioni più gravi della patologia. Anche lo stile di vita deve essere modificato, per ridurre il rischio trombotico: si consigliano attività fisica, mantenimento del peso-forma, astensione dal fumo e dai contraccettivi orali. La scienza ha però mosso passi da gigante nel trattamento delle malattie autoimmuni, ad esempio rendendo gli immunomodulatori una valida opzione terapeutica. In alcuni pazienti, ad esempio le donne in gravidanza, i farmaci tradizionali possono aumentare il rischio di aborto. Qui vengono in aiuto le sostanze immunomodulanti, che modificano le attività del sistema immunitario senza sopprimerle.

L’attività aberrante delle cellule immunitarie, responsabile della produzione di autoanticorpi antifosfolipidi, può essere inibita dal potenziamento di altre componenti del sistema immunitario. Al contrario dei vaccini, un immunomodulante o immunostimolante non provoca una reazione antigenica specifica, ma potenzia l’attività aspecifica del sistema immunitario. Molte di queste sostanze sono utilizzate già oggi come coadiuvanti in grado di contrastare gli effetti collaterali delle terapie farmacologiche ed inibire a loro volta l’infiammazione: un approccio di questo tipo, definito sinergico, attacca la malattia su diversi fronti e massimizza i risultati. Molti coadiuvanti ed immunostimolanti sono sostanze naturali che rafforzano il sistema immunitario ed uno dei più noti è AHCC, un estratto del fungo giapponese Lentinula edodes, del quale è stata dimostrata una attività immunomodulatoria. Da diversi anni sono note le proprietà di alcuni polisaccaridi nel migliorare il metabolismo lipidico e glucidico e potenziare la risposta immunitaria. Le fibre vegetali sono tuttavia insolubili e difficilmente assorbite: qui viene in aiuto la farmacologia, che frammenta le lunghe catene in composti a basso peso molecolare, che possono essere assorbiti ed utilizzati dall’organismo. AHCC (Active Hexose Correlated Compound) contiene alfa e beta glucani a basso peso molecolare, ovvero catene polisaccaridiche corte facilmente assorbite dall’intestino ed altamente biodisponibili. Secondo gli studi condotti, alfa e beta glucani a basso peso molecolare aumentano la concentrazione di linfociti B e T e stimolano le attività macrofagiche verso l’azione di patogeni.

Diverse revisioni scientifiche hanno fatto il punto sulle anomalie del sistema immunitario riscontrate nella sindrome autofosfolipidica. Le cellule Natural Killer, oltre ad esercitare attività citotossica su cellule infettate e neoplastiche, sono in grado di controllare il rimodellamento tissutale e le funzioni vascolari che avvengono durante la gravidanza: un eccesso di tali cellule può causare la morte dell’embrione in utero. Allo stesso modo, un eccesso di cellule T autoreattive causa una sovra-produzione di IFN-gamma (citochina infiammatoria) ed una diminuzione di linfociti T regolatori. I dati tuttavia sono spesso contrastanti, per cui possono essere considerati un punto di partenza per ulteriori studi sulle anomalie immunitarie nella sindrome da anticorpi antifosfolipidi. Negli studi su pazienti affetti da malattie neoplastiche ed autoimmuni, la somministrazione di AHCC ha aumentato l’attività delle cellule Natural Killer effettrici (risposta innata), favorendo l’equilibrio di risposta innata/acquisita ed inibendo molecole coinvolte nell’infiammazione (IL-1beta, IL-1, TNF-alfa, MCP-1), particolarmente espresse nelle patologie autoimmuni e di particolare rilevanza nella sindrome da anticorpi antifosfolipidi, in quanto attivatrici della coagulazione. AHCC ha quindi soppresso i fenomeni autoreattivi a favore di un equilibrio tra le componenti immunitarie, con beneficio per il paziente.

Ci sono però alcune ricerche, condotte su modelli animali, che segnalano come la somministrazione di AHCC possa indurre la produzione di interleuchine e citochine coinvolte nell’infiammazione e nella modulazione dell’immunità (IFN-gamma, IL-17, IL-8); nel complesso i dati suggerivano che AHCC può modulare la risposta immunitaria, promuovendo l’attivazione delle cellule T. Quindi, i glucani contenuti in AHCC sono in grado di modulare e stimolare il sistema immunitario, ma bisogna prestare estrema attenzione alle loro capacità di indurre la proliferazione immunitaria e la produzione di citochine: tali effetti sono noti solo in parte e su altre malattie autoimmuni, mentre mancano studi rivolti alla malattia in questione. L’assunzione di estratti di AHCC in malattie croniche autoimmuni andrebbe praticata sotto controllo medico e come coadiuvante delle terapie standard.

 

Fonti:

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26318678/

https://academic.oup.com/rheumatology/article/46/10/1574/1789687

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29867951/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6942843/

Rafforzare il sistema immunitario nella sindrome da anticorpi antifosfolipidi

La sindrome da anticorpi antifosfolipidi è una malattia cronica caratterizzata dall’aggressione, da parte del sistema immunitario, delle proteine legate ai fosfolipidi. Si tratta di una patologia ad eziologia autoimmune, dalle cause non note, che si manifesta clinicamente con un quadro di trombosi venose ed arteriose ricorrenti (sia vascolari che extra-vascolari), attacchi ischemici transitori, infarto, ischemie cerebrali, complicanze in gravidanza, aborti spontanei ed associazione con altre malattie autoimmuni, come il lupus eritematoso sistemico. Tipica dell’età giovane o della mezza età, la sindrome da anticorpi antifosfolipidi ha una bassa prevalenza, ma non è rara: dal 2 al 5% della popolazione presenta tali anticorpi nel sangue (le donne sono 3 volte più colpite), anche se la sintomatologia è piuttosto variabile. Non sono note le cause per cui avviene la produzione, da parte delle cellule immunitarie, di anticorpi antifosfolipidi che interferiscono con le cellule endoteliali nei vasi sanguigni, provocando uno stato infiammatorio e pro-coagulante. La malattia è probabilmente multifattoriale, esiste una predisposizione genetica (identificata in alcune famiglie) ma un ruolo sicuramente importante è svolto da fattori ambientali, immunitari ed ormonali.

La sindrome da anticorpi antifosfolipidi è una malattia autoimmune: il sistema immunitario, normalmente deputato alla difesa dell’organismo da agenti estranei o patologie tumorali, attacca le sue stesse componenti producendo anticorpi anomali che interferiscono con la coagulazione causando trombosi disseminate nell’organismo. Come per la maggior parte delle malattie autoimmuni, anche per la sindrome da anticorpi antifosfolipidi la terapia consiste nella soppressione del sistema immunitario iperattivo tramite corticosteroidi e nell’assunzione di farmaci antiaggreganti ed anticoagulanti, allo scopo di prevenire le manifestazioni più gravi della patologia. Anche lo stile di vita deve essere modificato, per ridurre il rischio trombotico: si consigliano attività fisica, mantenimento del peso-forma, astensione dal fumo e dai contraccettivi orali. La scienza ha però mosso passi da gigante nel trattamento delle malattie autoimmuni, ad esempio rendendo gli immunomodulatori una valida opzione terapeutica. In alcuni pazienti, ad esempio le donne in gravidanza, i farmaci tradizionali possono aumentare il rischio di aborto. Qui vengono in aiuto le sostanze immunomodulanti, che modificano le attività del sistema immunitario senza sopprimerle.

L’attività aberrante delle cellule immunitarie, responsabile della produzione di autoanticorpi antifosfolipidi, può essere inibita dal potenziamento di altre componenti del sistema immunitario. Al contrario dei vaccini, un immunomodulante o immunostimolante non provoca una reazione antigenica specifica, ma potenzia l’attività aspecifica del sistema immunitario. Molte di queste sostanze sono utilizzate già oggi come coadiuvanti in grado di contrastare gli effetti collaterali delle terapie farmacologiche ed inibire a loro volta l’infiammazione: un approccio di questo tipo, definito sinergico, attacca la malattia su diversi fronti e massimizza i risultati. Molti coadiuvanti ed immunostimolanti sono sostanze naturali che rafforzano il sistema immunitario ed uno dei più noti è AHCC, un estratto del fungo giapponese Lentinula edodes, del quale è stata dimostrata una attività immunomodulatoria. Da diversi anni sono note le proprietà di alcuni polisaccaridi nel migliorare il metabolismo lipidico e glucidico e potenziare la risposta immunitaria. Le fibre vegetali sono tuttavia insolubili e difficilmente assorbite: qui viene in aiuto la farmacologia, che frammenta le lunghe catene in composti a basso peso molecolare, che possono essere assorbiti ed utilizzati dall’organismo. AHCC (Active Hexose Correlated Compound) contiene alfa e beta glucani a basso peso molecolare, ovvero catene polisaccaridiche corte facilmente assorbite dall’intestino ed altamente biodisponibili. Secondo gli studi condotti, alfa e beta glucani a basso peso molecolare aumentano la concentrazione di linfociti B e T e stimolano le attività macrofagiche verso l’azione di patogeni.

Diverse revisioni scientifiche hanno fatto il punto sulle anomalie del sistema immunitario riscontrate nella sindrome autofosfolipidica. Le cellule Natural Killer, oltre ad esercitare attività citotossica su cellule infettate e neoplastiche, sono in grado di controllare il rimodellamento tissutale e le funzioni vascolari che avvengono durante la gravidanza: un eccesso di tali cellule può causare la morte dell’embrione in utero. Allo stesso modo, un eccesso di cellule T autoreattive causa una sovra-produzione di IFN-gamma (citochina infiammatoria) ed una diminuzione di linfociti T regolatori. I dati tuttavia sono spesso contrastanti, per cui possono essere considerati un punto di partenza per ulteriori studi sulle anomalie immunitarie nella sindrome da anticorpi antifosfolipidi. Negli studi su pazienti affetti da malattie neoplastiche ed autoimmuni, la somministrazione di AHCC ha aumentato l’attività delle cellule Natural Killer effettrici (risposta innata), favorendo l’equilibrio di risposta innata/acquisita ed inibendo molecole coinvolte nell’infiammazione (IL-1beta, IL-1, TNF-alfa, MCP-1), particolarmente espresse nelle patologie autoimmuni e di particolare rilevanza nella sindrome da anticorpi antifosfolipidi, in quanto attivatrici della coagulazione. AHCC ha quindi soppresso i fenomeni autoreattivi a favore di un equilibrio tra le componenti immunitarie, con beneficio per il paziente.

Ci sono però alcune ricerche, condotte su modelli animali, che segnalano come la somministrazione di AHCC possa indurre la produzione di interleuchine e citochine coinvolte nell’infiammazione e nella modulazione dell’immunità (IFN-gamma, IL-17, IL-8); nel complesso i dati suggerivano che AHCC può modulare la risposta immunitaria, promuovendo l’attivazione delle cellule T. Quindi, i glucani contenuti in AHCC sono in grado di modulare e stimolare il sistema immunitario, ma bisogna prestare estrema attenzione alle loro capacità di indurre la proliferazione immunitaria e la produzione di citochine: tali effetti sono noti solo in parte e su altre malattie autoimmuni, mentre mancano studi rivolti alla malattia in questione. L’assunzione di estratti di AHCC in malattie croniche autoimmuni andrebbe praticata sotto controllo medico e come coadiuvante delle terapie standard.

 

Fonti:

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26318678/

https://academic.oup.com/rheumatology/article/46/10/1574/1789687

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29867951/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6942843/

Effetti dell’assunzione di AHCC sulla colite linfocitica

La colite linfocitica è una patologia, appartenente alla classe delle coliti microscopiche, causata dall’accumulo di linfociti all’interno della mucosa del colon, con conseguente infiammazione. Si tratta di una malattia infiammatoria intestinale cronica che causa sintomi come diarrea acquosa cronica, dolori crampiformi, astenia, sindrome da malassorbimento. A volte i soggetti affetti soffrono di diarrea acquosa per mesi, prima di ottenere una diagnosi; i sintomi possono anche essere intermittenti, con fasi di latenza e di recrudescenza. Dal punto di vista clinico, la colite linfocitica non è diagnosticabile tramite colonscopia ma solo attraverso una biopsia, che rivela l’infiltrato linfocitico nel rivestimento del colon (nell’epitelio o sotto la mucosa). Le coliti microscopiche, tra cui la linfocitica, colpiscono prevalentemente giovani donne e sono associate a malattie autoimmuni come la sindrome di Sjogren, la celiachia, la colite ulcerosa, il morbo di Crohn ed alcune forme di artrite. Non si conoscono i fattori per cui i linfociti infiltrano la mucosa del colon, ma fattori di rischio per la colite linfocitica sono l’assunzione continuativa di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) e di inibitori della pompa che, è stato dimostrato, alterano il microbioma del soggetto predisponendo alla patologia.

La colite microscopica non è una malattia rara e rappresenta il 4-13% delle diagnosi di diarrea acquosa. Il trattamento della colite linfocitica non è standard e non esistono studi sufficientemente ampi; solitamente bisogna evitare l’utilizzo dei FANS (con l’eccezione della mesalazina), eliminare il lattosio dalla dieta (per escludere la possibilità che una eventuale intolleranza aggravi la diarrea) ed utilizzare corticosteroidi per via orale (budesonide) e farmaci antidiarroici. Data l’assenza di una cura definitiva e riconosciuta per la colite linfocitica, sono stati proposti diversi rimedi naturali, coadiuvanti delle terapie farmacologiche, allo scopo di modulare il sistema immunitario, ridurre l’infiltrazione della mucosa da parte dei linfociti ed ottenere un sollievo dai sintomi infiammatori. Tra i diversi studi reperibili in letteratura particolarmente interessante è quello su AHCC (Active Hexose Correlated Compound), un estratto fungino arricchito in oligosaccaridi estratto dal fungo shiitake ed utilizzato come integratore umano con vari scopi. Le proprietà regolatorie di AHCC sul sistema immunitario (in particolare in senso antinfiammatorio) sono numerose e provate da diverse ricerche e vanno dalla modulazione dei linfociti T all’inibizione di molecole infiammatorie, fino all’attività sulla secrezione delle citochine e sull’equilibrio delle interazioni tra diverse classi linfocitarie.

Lo studio ha testato l’attività di AHCC in un modello murino affetto da una malattia infiammatoria cronica intestinale del tutto simile a quella umana, caratterizzata da un infiltrato linfocitario a livello del colon. Ad un gruppo animale è stato somministrato AHCC (75 mg/giorno) mediante sonda gastrica, mentre altri due gruppi animali sono stati utilizzati come controllo sano e come controllo malato ma non trattato con AHCC. Gli esami successivi hanno rivelato come AHCC abbia migliorato l’infiammazione e la colite: due marcatori di infiammazione erano significativamente minori, in particolare la mieloperossidasi era diminuita del 24% e la fosfatasi alcalica nel 21%. La fosfatasi alcalina è un sensibile marker di infiammazione intestinale e risulta aumentata sia come risultato dell’infiltrazione linfocitaria, sia per la maggiore attività degli enzimi epiteliali provocata da uno stress cellulare. La somministrazione di AHCC ha ridotto l’attività della fosfatasi alcalina e ancora una volta testimonia l’effetto antinfiammatorio di AHCC.

Altri geni pro-infiammatori testati, come TNF-alfa e IL-1beta, sono stati down-regolati ed è risultata normalizzata anche la produzione di citochine (IL-6, IL-7 ed IL-10). AHCC ha abbassato le concentrazioni di TNF-alfa nei topi affetti da colite: l’importanza di questa citochina nella colite linfocitaria è illustrata dal fatto che gli anticorpi anti-TNF sono un’alternativa terapeutica per questa malattia. Inoltre, la riduzione che AHCC ha indotto sulle citochine è paragonabile a quella provocata dalla sulfasalazina, un antinfiammatorio con attività intestinale. Infine, anche proteine appartenenti alla via di segnalazione infiammatoria NFkB sono risultate meno attive (STAT4 e IkB). Questi dati, ottenuto in un modello animale di infiammazione cronica intestinale guidato da linfociti T, hanno convalidato l’utilità di AHCC nella colite linfocitica umana.

Mentre gli effetti biologici di AHCC sono stati attestati in una varietà di studi in vitro, in vivo ed in trial clinici, i meccanismi biologici responsabili degli effetti sono ancora in fase di caratterizzazione. Si ritiene che i polisaccaridi presenti in AHCC, principalmente alfa-glucani e beta-glucani ma anche amminoacidi e minerali, siano in grado di legarsi ai recettori presenti sui linfociti T (tra cui TLR4) provocando la secrezione di citochine e causando la formazione di una barriera mucosa protettiva; è possibile che anche TLR2 ed altri recettori vengano legati da AHCC, che quindi sarebbe responsabile di attività immunomodulatorie attraverso meccanismi complessi e ancora non del tutto chiari. Alcuni studi effettuati in modelli di malattia infiammatoria intestinale evidenziano che AHCC agisce in modo benefico sulla flora intestinale in modelli murini, in particolare favorendo la crescita della flora normale; tuttavia i modelli animali di malattie infiammatorie non sono strettamente linfocitici come la malattia umana, quindi sono solo parzialmente utili a comprendere l’azione di AHCC. L’attività antinfiammatoria di AHCC è dovuta all’azione inibente dei polisaccaridi sul fattore nucleare NFkB e su molecole coinvolte nella trascrizione di geni proinfiammatori.

Attualmente AHCC è utilizzato come integratore alimentare e coadiuvante nella gestione di malattie infiammatorie, neoplasie e patologie metaboliche, grazie alle sue proprietà antinfiammatorie ed immunomodulanti; non presenta effetti collaterali ed è ottimamente tollerato anche in pazienti sottoposti a chemioterapia. Se somministrato come coadiuvante nelle coliti linfocitiche AHCC può agire in sinergia con i farmaci, rappresentando una preziosa aggiunta ai trattamenti tradizionali.

 

Fonti:

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/mnfr.201400364

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31082144/

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/codi.12716

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/16362410/

https://journals.physiology.org/doi/full/10.1152/japplphysiol.00259.2004?rfr_dat=cr_pub++0pubmed&url_ver=Z39.88-2003&rfr_id=ori%3Arid%3Acrossref.org

 

Immunodeficienze primitive: sintomi e terapie

Le immunodeficienze primitive sono un gruppo di patologie congenite, rare e solitamente monogeniche (ovvero causate da una mutazione su un singolo gene) caratterizzate da difetti dello sviluppo e del funzionamento del sistema immunitario. Il termine “primitive” si riferisce alla causa della patologia, che risiede in una o più mutazioni del DNA. L’alterazione del sistema immunitario conseguente alla mutazione favorisce una maggiore suscettibilità alle infezioni, che infatti rappresentano il maggiore criterio diagnostico. Ad oggi, sono state identificate più di 300 forme di immunodeficienza primitiva e la ricerca scientifica ha permesso di ampliare le conoscenze sulla storia di tali patologie, in modo da sviluppare strategie terapeutiche efficaci, in grado di incrementare significativamente la sopravvivenza e migliorare la qualità della vita. L’incidenza delle immunodeficienze primitive è variabile: per le forme più frequenti è di circa 1 caso ogni 500 nati, fino a 1 caso ogni 500 mila nati per quelle più rare, con una media di 1 caso ogni 2000 nati. È tuttavia probabile che molte forme di immunodeficienza siano sottostimate a causa delle diverse presentazioni cliniche.

Le immunodeficienze primitive sono numerose, eterogenee e clinicamente differenti. La classificazione delle immunodeficienze primitive, in base alle caratteristiche delle cellule immunitarie colpite, alla patogenesi ed alla mutazione genetica, è costantemente oggetto di revisione da parte della comunità medico-scientifica. Nella quasi totalità dei casi le immunodeficienze si manifestano nei primi anni di vita, ad esempio alla scuola materna, quando il bambino viene a contatto con una varietà di microrganismi contro cui dovrebbe sviluppare difese immunitarie. Infatti, clinicamente, il più comune segno della maggior parte delle immunodeficienze primitive è rappresentato dalle infezioni. Nei soggetti affetti, le infezioni sono più frequenti, più gravi e più durature e spesso necessitano di ricovero o di terapia antibiotica endovenosa. Infatti, i “campanelli d’allarme” che possono far sospettare una immunodeficienza primitiva sono: 1. Otto o più infezioni nel corso di un anno; 2. Due o più gravi infezioni sinusali nel corso di un anno; 3. Due o più mesi di cure antibiotiche con scarso effetto; 4. Due o più polmoniti nel corso di un anno; 5. Il bambino non aumenta di peso o non cresce correttamente; 6. Ascessi ricorrenti nel derma o negli organi; 7. Afte persistenti nella bocca o in altre parti del corpo dopo il primo anno di età; 8. Necessità di cure antibiotiche per via endovenosa per eliminare le infezioni; 9. Due o più infezioni profonde come: meningite, osteomielite, cellulite, sepsi; 10. Presenza nella stessa famiglia di casi di immunodeficienza primitiva.

Le infezioni sono il sintomo più comune delle immunodeficienze; possono essere causate sia da comuni patogeni, sia da germi opportunisti, che in una persona sana non potrebbero sostenere un processo infettivo. Il sistema immunitario però non ha la sola funzione di combattere le infezioni, ma anche di esercitare un controllo su cellule mutate o maligne: infatti altri sintomi sono disordini autoimmuni, aumentata suscettibilità ai tumori, forme complesse di allergia, diarrea cronica, sindromi da malassorbimento. Possono anche presentarsi segni e sintomi tipici di quadri clinici complessi (problemi ematologici, cardiologici, neurologici), anomalie della cute, alti livelli di IgE, granulomi in varie sedi ed altri sintomi tipici dell’immunodeficienza primitiva diagnosticata. A livello familiare, può esservi storia di aborti ricorrenti, mortalità precoce ed analoghi problemi.

La conferma del sospetto clinico avviene in centri specializzati nella diagnosi e nella cura dei disordini immunitari, attraverso esami specifici (emocromo, titolo anticorpale, caratterizzazione isotipica, analisi immunofenotipica, test funzionali e genetici). Una volta eseguita la diagnosi, considerata la complessità delle diverse patologie e l’eterogeneità delle manifestazioni cliniche, la terapia deve essere personalizzata a seconda del tipo di immunodeficienza primitiva. In tutte le immunodeficienze primitive caratterizzate da difetto anticorpale, la terapia d’elezione è l’infusione di immunoglobuline per via endovenosa o intramuscolare. Da quando è disponibile questa opzione terapeutica, la sopravvivenza dei pazienti è drasticamente aumentata, così come per l’impiego dei fattori di crescita ematopoietici G-CSF e IFN-gamma in alcune immunodeficienze come la CGD e la neutropenia severa, relativamente comuni. Tuttavia, ad oggi, l’unica terapia davvero risolutiva è il trapianto di cellule staminali ematopoietiche, che viene eseguito in una varietà di immunodeficienze (SCID, sindrome di Wiskott-Aldrich, CGD, LAD, neutropenia severa, XLP, IPEX ed altre). Grazie ai continui miglioramenti delle fonti di cellule staminali e nel condizionamento del paziente, ad oggi il trapianto di midollo porta a guarigione completa la maggior parte dei pazienti con immunodeficienza primitiva ed ulteriori traguardi medici hanno permesso di estendere l’indicazione al trapianto ad altre forme di immunodeficienza primitiva, prima escluse.

In alcuni pazienti è stata tentata la terapia genica, basata sulla somministrazione di cellule sane autologhe nelle quali con tecniche di gene-editing è stato eliminato il difetto genetico causa della patologia. La terapia genica rappresenta oggi una frontiera della medicina e sebbene in alcuni pazienti abbia apportato dei benefici, in altri casi è stata addirittura dannosa. Sono quindi in corso trial clinici e la terapia genica attualmente non è una terapia standard. Inoltre, sono oggetto di studio terapie innovative con farmaci biologici ed agenti immunomodulatori. Sono state proposte numerose sostanze in grado di modulare l’attività del sistema immunitario e già usate con successo come coadiuvanti in altre patologie, tra cui AHCC (Active Hexose Correlated Compound, polisaccaridi bioattivi estratti dal micelio del fungo shiitake), ma attualmente non ci sono sufficienti evidenze scientifiche per iniziare sperimentazioni su questo tipo di malattia.

In tutti i pazienti affetti è però fondamentale il controllo delle infezioni, sia prima che durante la terapia: sono essenziali la profilassi antibiotica ed antifungina. Eventuali vaccini non sono mai controindicati: possono essere inefficaci in alcuni casi, ma mai dannosi. In conclusione, mentre fino a pochi decenni fa una diagnosi di immunodeficienza primitiva condannava a morte certa la maggior parte dei bambini nei primi anni di vita, oggi i progressi medici nei campi della diagnosi e dello sviluppo delle terapie hanno permesso di ottenere opzioni di trattamento per quasi tutte le forme di immunodeficienza. La diagnosi precoce e la terapia personalizzata di questa patologia permettono non solo di alleviare i sintomi, gestire le infezioni e migliorare la qualità della vita, ma anche – in alcuni casi – di garantire al paziente la guarigione ed il ritorno ad una vita normale.

 

Fonti:

https://www.mayoclinic.org/diseases-conditions/primary-immunodeficiency/symptoms-causes/syc-20376905

https://www.siaip.it/upload/riap/263_la%20terapia%20delle%20immunodeficienze%20primitive.pdf

https://aacijournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/s13223-018-0290-5

https://www.sip.it/wp-content/uploads/2017/10/01b.Pignata.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6699000/

Proprietà adattogene ed immunostimolanti dei funghi medicinali

La micoterapia è una branca della medicina naturale poco praticata e conosciuta in Occidente, ma di largo utilizzo nei Paesi orientali, la cui medicina tradizionale prevede l’utilizzo di estratti e polveri ricavate da funghi medicinali o da parti di essi; in India, Cina e Giappone i funghi medicinali, assunti come integratori o ricostituenti, rappresentano un vero e proprio punto di riferimento. Nonostante nel mondo occidentale i funghi siano visti con sospetto, negli ultimi decenni la scienza moderna ha collegato la loro assunzione alla longevità di alcuni popoli, si è interessata alle loro proprietà ed ha studiato i benefici che possono apportare all’organismo. La caratteristica comune alle diverse specie di funghi medicinali è la capacità di stimolare il sistema immunitario, agendo come adattogeni, ovvero come sostanze che inducono nell’organismo una maggiore resistenza verso insulti sia interni che esterni (ad esempio infezioni, stressor, cellule maligne). Questi funghi (i più noti Reishi, Shiitake, Maitake, Cordyceps) rinforzano le difese fisiologiche dell’organismo e sono validi integratori e coadiuvanti in un’ampia gamma di condizioni patologiche anche di natura infiammatoria.

Quali sono i funghi medicinali più noti e come agiscono come adattogeni ed immunostimolanti? Tra i miceti giapponesi terapeutici uno dei più conosciuti è Ganoderma lucidum, chiamato anche Reishi; è ottimo come antinfiammatorio, sostiene l’organismo in caso di stanchezza, debolezza o ripresa da una malattia ed aiuta la detossificazione del fegato. Anche il fungo Shiitake (Lentinula edodes) è di origine giapponese: assunto come estratto concentrato di glucani (AHCC) è un antinfiammatorio, ha proprietà antibatteriche ed antivirali, ha azione benefica sulla flora batterica intestinale, alcuni studi lo classificano come antitumorale ed agisce come immunomodulante in patologie infiammatorie. Il fungo Maitake (Grifola frondosa) invece è ottimo per controllare il peso corporeo e dimagrire, inoltre contrasta una serie di patologie legate al sovrappeso (diabete, insulino-resistenza, sindrome metabolica). Questi funghi si possono assumere come estratto secco, ma il modo migliore di godere appieno dei loro benefici è acquistare un integratore alimentare (capsule o sciroppo) perché gli estratti concentrati hanno un contenuto molto maggiore di principio attivo. Esistono anche integratori che contengono l’estratto di due o più funghi medicinali, per garantire un effetto ad ampio spettro.

Tutte le specie di funghi medicinali interagiscono con il nostro organismo migliorandone le funzioni ed hanno effetto protettivo contro le tossine e l’inquinamento. La loro azione adattativa e modulatoria sul sistema immunitario è dovuta ad alcuni particolari polisaccaridi presenti al loro interno (beta-glucani), oltre ad antiossidanti, terpeni, flavonoidi e glicoproteine. Ad esempio, il fungo medicinale shiitake contiene polisaccaridi lineari e ramificati in grado di conferire a chi li assume maggiori difese contro agenti infettivi e cellule neoplastiche; per questo motivo è stato formulato un apposito integratore, chiamato AHCC (Active Hexose Correlated Compound), che contiene frazioni attive di tali polisaccaridi a basso peso molecolare, standardizzati e titolati in modo da essere assorbiti senza modificazioni metaboliche. AHCC rappresenta uno degli integratori di funghi medicinali più efficaci: molteplici studi, pubblicati su riviste specializzate, ne consigliato l’integrazione alla dieta non solo per sostenere il sistema immunitario, ma anche per ridurre gli effetti collaterali della chemioterapia. Uno studio che ha analizzato il contenuto di alfa e beta-glucani dei funghi medicinali ha concluso che l’efficacia immunomodulatoria ed adattogena dipende fortemente dalla ricchezza in beta-glucani: infatti, gli estratti di funghi ricchi in beta-glucani hanno suscitato una risposta immunitaria che ha influenzato la secrezione di citochine IL-1alfa, IL-6, IL-10 e INF-alfa da parte dei macrofagi.

Una volta che i glucani contenuti in AHCC sono stati indicati come biologicamente attivi, la risposta da loro indotta è stata caratterizzata allo scopo di valutarne una possibile efficacia antitumorale. In Giappone, principi attivi di funghi medicinali sono stati utilizzati in farmaci antitumorali; tuttavia i miceti devono essere selezionati non solo per le proprietà benefiche, ma anche per le modalità di assorbimento e la biodisponibilità (farmacocinetica e farmacodinamica) che sono imprescindibili per la produzione di un integratore efficace. AHCC rappresenta un estratto titolato di beta-glucani trattati con metodiche innovative, che consentono di ottenere una forma facilmente assimilabile ed utilizzabile dal sistema immunitario; a questo concorre in buona parte il basso peso molecolare dei polisaccaridi, di soli 5000 Dalton, mentre – per fare un paragone – la maggior parte degli estratti fungini ha un peso molecolare di centinaia di migliaia di Dalton. In campo oncologico AHCC è utilizzato con successo come coadiuvante di terapie chemioterapiche e citotossiche per il trattamento di neoplasie ematologiche, del distretto testa-collo, al seno, al fegato, alla prostata, al tratto gastrointestinale; anche nelle condizioni pre-cancerose, come la displasia della cervice uterina, AHCC ha apportato benefici. L’azione di AHCC si esplica modulando la produzione di citochine ed interferone da parte delle componenti immunitarie (linfociti T, cellule Natural Killer) ed intervenendo sulle vie cellulari che conducono alla promozione di meccanismi infiammatori.

La somministrazione di estratti di funghi medicinali ad azione adattogena ed immunostimolante è quindi giustificato dalle evidenze scientifiche, che rivelano i numerosi benefici apportati dai principi attivi contenuti in questi prodotti, sia da soli sia in combinazione. Dopo una malattia o un periodo stressante, o in previsione di essi, un ricostituente come AHCC o altri miceti ad azione medicinale possono consolidare la resistenza dell’organismo agli stressor. Le classiche terapie antinfiammatorie ed antitumorali possono essere coadiuvate dagli estratti di miceti come AHCC, senza che si verifichino effetti collaterali, anzi; l’assunzione di alcuni integratori può aiutare il paziente a gestire con più facilità gli effetti indesiderati delle terapie, sostenere il sistema immunitario e promuovere la ripresa dell’organismo.

 

Fonti:

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https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25332990/

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AHCC nella miosite autoimmune

La miosite autoimmune è un disturbo di natura reumatica che colpisce il muscolo, la cute o entrambi (dermomiosite). La malattia causa infiammazione e degenerazione progressiva dei muscoli, con ipostenia (debolezza muscolare), dolore, atrofia e fibrosi muscolare (sostituzione delle fibre del muscolo con tessuto cicatriziale), specialmente nelle zone del muscolo localizzate vicino alle articolazioni. Le cause della miosite risiedono in una attivazione del sistema immunitario in soggetti geneticamente predisposti (è stata rilevata un’associazione con alcuni HLA); tuttavia, la causa scatenante può essere rappresentata anche da un’infezione virale o un tumore maligno, senza la quale la malattia potrebbe rimanere latente. Esami istologici hanno dimostrato che nei muscoli dei pazienti colpiti da miosite autoimmune, il danno è mediato dai linfociti T citotossici CD8+, che insieme ai macrofagi aggrediscono le fibre muscolari provocando diversi gradi di infiammazione e di atrofia; i più colpiti sono i muscoli scheletrici (cuore, esofago, faringe, polmoni) mentre i muscoli di mani, piedi e viso sono interessati in misura minore.

La terapia della miosite autoimmune consiste in immunosoppressori, corticosteroidi ed immunoglobuline, allo scopo di sopprimere l’azione dei linfociti e controllare infiammazione e degenerazione muscolare. Purtroppo, circa il 75% dei pazienti necessita prima o poi di una terapia immunosoppressiva di qualche tipo, per evitare che la morte delle cellule muscolari causi invalidità permanente. Alla domanda se esistano o meno terapie alternative o coadiuvanti non è facile rispondere: il sistema immunitario rappresenta un’entità complessa ed estremamente articolata, mutevole piuttosto che statica, in continua evoluzione anche nei suoi rapporti con le patologie sistemiche; lo scopo di una terapia è trovare un equilibrio tra attività immunitaria e protezione da questa stessa attività che, come nel caso della miosite, danneggia l’organismo stesso. Gli immunomodulanti sono la soluzione migliore per affrontare patologie causate da una deregolazione del sistema immunitario, ma ad oggi non esistono farmaci immunomodulanti veri e propri, anche se sono stati caratterizzati alcuni promettenti composti che sembrerebbero avere un’azione di questo tipo. Uno spunto ci viene in aiuto dalla medicina tradizionale che, al contrario di come molti pensano, non si pone affatto in contrapposizione con la medicina ufficiale. Solo negli ultimi decenni abbiamo compreso l’attività benefica di molecole nutraceutiche come AHCC nei confronti di patologie infiammatorie. Anche nelle malattie autoimmuni infatti l’infiammazione rappresenta la componente maggiore, in grado di danneggiare la funzione tissutale e richiamare altre cellule che a loro volta perpetuano la flogosi ed il danno.

L’azione di AHCC sul sistema immunitario non è del tutto compresa. Derivato da un estratto del micelio del fungo giapponese shiitake, AHCC (Active Hexose Correlated Compound) è un immunomodulante naturale composto da una miscela di frazioni attive di glucani (molecole di zuccheri) il cui ruolo nel rafforzare e supportare il sistema immunitario è stato clinicamente dimostrato. In alcuni studi, AHCC ha regolato il numero e le funzioni delle cellule immunitarie Natural Killer e T, ad esempio aumentando il numero di citochine e stimolando l’azione del sistema immunitario; ad esempio, i soggetti che avevano assunto AHCC le cellule T (sia CD4+ che CD8+) producevano più IFN-gamma e TNF-alfa rispetto ai valori basali ed il loro aumento è rimasto costante anche dopo l’interruzione dell’assunzione. In un altro studio che valutava gli effetti dei glucani attivi sulla risposta immunitaria, AHCC aveva aumentato il livello di cellule dendritiche (coinvolte nell’immunità specifica). Questi studi hanno fornito un’ottima base per la comprensione dei meccanismi immuno-mediati da AHCC e delle possibili implicazioni cliniche.

I linfociti T sono una componente dell’immunità adattativa essenziale per la difesa contro i microrganismi e le neoplasie maligne, ma nelle patologie autoimmuni rappresentano anche la classe più pericolosa di cellule. Specialmente i linfociti T CD8+ possiedono enzimi citotossici, in grado di uccidere le cellule erroneamente classificate come bersaglio; uno studio riporta che gli oligosaccaridi contenuti in AHCC influenzano tale risposta citotossica. Somministrando a volontari sani AHCC ogni giorno, è aumentata sia la quantità di macrofagi e cellule dendritiche, sia la frequenza di linfociti T CD4+ e CD8+ in grado di produrre citochine come TNF-alfa, IL-17 e IL-8 attraverso la modulazione delle pathways NFkB e MAPK. Nel complesso, i dati supportano il fatto che AHCC può modificare l’attività delle cellule T, attivando le cellule immunitarie innate le quali possiedono la capacità di promuovere l’attivazione delle cellule T.

Alla luce di queste evidenze scientifiche, che mostrano la capacità di AHCC di stimolare l’attivazione immunitaria a diversi livelli e la produzione di citochine, la somministrazione di AHCC ai pazienti affetti da malattie autoimmuni (come la miosite) richiede cautela. Una delle citochine la cui secrezione è stimolata da AHCC, ovvero il TNF-alfa, è anche uno dei bersagli preferiti nelle malattie autoimmuni (i cosiddetti farmaci biologici anti-TNF); quindi, prima di iniziare ad assumere un integratore di AHCC, è preferibile consultare il proprio medico per verificare che non vi siano controindicazioni e che l’integratore sia compatibile con le eventuali terapie prescritte.

 

Fonti:

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https://www.hindawi.com/journals/jir/2019/3758576/

 

Coadiuvanti naturali nel trattamento della Policrodrite ricorrente

Tra le malattie infiammatorie croniche ad eziologia autoimmune, la policondrite ricorrente è una delle più rare. A carattere multisistemico, la policondrite ricorrente è una patologia piuttosto rara caratterizzata da infiammazione e distruzione della cartilagine di articolazioni, orecchio, naso, laringe, occhio, trachea, bronchi e vasi sanguigni, anche se potenzialmente tutti i tessuti cartilaginei del corpo possono essere interessati. La malattia ha carattere episodico ricorrente, ovvero il paziente sperimenta periodiche riacutizzazioni che portano progressivamente alla distruzione delle strutture interessate. Possono essere presenti sintomi sistemici come febbre, letargia, dimagrimento. Negli srtadi più tardivi i pazienti possono diventare parzialmente invalidi sviluppando ad esempio sordità, alterazioni visive, problemi cardiaci e respiratori ed altri sintomi provocati dalla terapia a base di immunosoppressori.

La policondrite ricorrente colpisce la 5a decade e maggiormente le femmine rispetto ai maschi. Non esistono test specifici per diagnosticarla: la diagnosi è sempre clinica, basata sull’infiammazione delle cartilagini. Le cause sono ancora sconosciute ed in fase di studio, ma è ormai noto il carattere autoimmune della malattia, che prevede il coinvolgimento di componenti immunitarie umorali e cellulo-mediate. La cartilagine contiene abbondanti quantità di collagene di tipo II e infatti nella fase acuta della policondrite si sono osservati anticorpi verso questa molecola; analisi in immunofluorescenza hanno inoltre evidenziato depositi di immunoglobuline, suggerendo la presenza di immunocomplessi. Anche l’associazione con l’HLA-DR4 e la risposta clinica dei pazienti al trattamento con corticosteroidi ed immunosoppressori sostengono l’ipotesi dell’autoimmunità.

In molti casi la policondrite ricorrente si associa ad altre malattie autoimmuni (vasculiti, malattia di Behçe, sindrome di Sjogren, lupus, artrite reumatoide, connettivite mista, ipotiroidismo). Vi sono numerose prove del ruolo significativo dell’autoimmunità nella patogenesi della policondrite ricorrente: uno studio ha dosato i livelli ematici di citochine in pazienti sia sani, sia affetti dalla malattia e ha osservato che nel sangue dei pazienti affetti da policondrite ricorrente, le citochine MCP-1, MIP-1beta e IL-8 erano molto più alte rispetto ai controlli. Queste citochine hanno funzione pro-infiammatoria e sono conosciute per attivare monociti, macrofagi e neutrofili; la scoperta di livelli elevati di tali citochine fornisce una forte prova del coinvolgimento dei macrofagi nella risposta immunitaria cellulo-mediata nella patogenesi della malattia.

Quale potrebbe essere il ruolo dei coadiuvanti naturali nel trattamento della policondrite ricorrente? Sono numerose le molecole provenienti dal mondo naturale in grado di esercitare effetti benefici sull’organismo. Gli immunostimolanti naturali vengono studiati da ricercatori in tutto il mondo in virtù della loro sicurezza, tollerabilità, economicità ed efficacia, in associazione con le terapie tradizionali. L’estratto fungino AHCC (Active Hexose Correlated Compound), ad esempio, è costituito da una frazione unica di polisaccaridi lineari a basso peso molecolare (alfa e beta glucani) in grado di modulare la risposta immunitaria dell’organismo e di agire su infezione, infiammazione e cancro. Le lunghe catene glucidiche di AHCC, ad esempio, regolano il reclutamento e l’attività di killing dei linfociti Natural Killer, cellule immunitarie altamente specializzate in grado di secernere citochine e chemochine, le stesse che aumentano nel sangue dei pazienti affetti da policondrite ricorrente.

È noto da diversi anni che molecole lineari polisaccaridiche, come i beta glucani contenuti in AHCC, riescono a stimolare il sistema immunitario attraverso meccanismi come riduzione dei livelli di colesterolo, miglioramento del metabolismo glucidico, diminuzione della tossicità intestinale e potenziamento dell’attività antivirale. In integratori come AHCC, le lunghe molecole glucidiche sono state scisse in composti a basso peso molecolare, che vengono assorbiti efficacemente dall’intestino tenue ed entrano nel circolo ematico raggiungendo gli organi bersaglio ed i tessuti. Qui i glucani interagiscono con le cellule immunitarie e riducono l’azione eccessiva di un sistema immunitario sovrastimolato, oppure la potenziano se essa è troppo blanda.

AHCC vanta molteplici studi pubblicati su riviste specializzate che ne suggeriscono l’integrazione alla dieta per sostenere il sistema immunitario e ridurre gli effetti collaterali dovuti alle terapie croniche. Numerose ricerche hanno quindi studiato le potenzialità degli integratori di AHCC nelle malattie autoimmuni come la policondrite; ad esempio, AHCC ha un effetto benefico su modelli animali di diabete di tipo I e sulle malattie infiammatorie croniche intestinali. Sebbene l’azione di AHCC sia nota in altre malattie autoimmuni, non ci sono al momento evidenze scientifiche sulla sua efficacia in questa patologia specifica; la sua assunzione richiede cautela e deve essere approvata dal medico tenendo conto degli altri farmaci che il paziente assume. In ogni caso, il contenuto in AHCC di aminoacidi essenziali, vitamine, terpeni, minerali e glucani in grado di modulare l’attività immunitaria, rendono questo integratore un ottimo coadiuvante naturale nel trattamento della policondrite ricorrente.

 

Fonti:

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https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20215048

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https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23194525

 

Dieta e integratori nella sindrome di SAPHO

La sindrome di Sapho è una malattia autoinfiammatoria cronica ed eterogenea, caratterizzata da manifestazioni cliniche tra di loro associate, da cui deriva in lingua inglese il nome della patologia (sinovite, acne, pustolosi, iperostosi e osteoite). Nella sindrome SAPHO, il quadro clinico è molto complesso e comprende patologie infiammatorie del sistema osteo-articolare e della cute, nella quale si verifica un’infiltrazione di neutrofili. La patologia è piuttosto rara, ma la sua consapevolezza è aumentata nel corso degli anni, quando in letteratura sono state fatte diverse segnalazioni. Chiunque può svilupparla e la sindrome esordisce più spesso nel bambino, anche se in alcuni casi anche un adulto può esserne colpito.

L’eziologia della sindrome SAPHO non è ancora nota. Viene descritta come un disturbo autoinfiammatorio e negli anni sono state proposte diverse cause (genetiche, ambientali, infettive, immunitarie) che potrebbero contribuire allo sviluppo della malattia. La sindrome di SAPHO è stata associata ad alcuni antigeni leucocitari umani (tra cui HLA-A26, B27 e B61) e l’analisi del trascrittoma dei pazienti ha rivelato un profilo iperattivatorio dei neutrofili. Dalle lesioni ossee dei pazienti con SAPHO sono stati isolati alcuni microrganismi, tra cui il batterio responsabile dell’acne (Propionibacterium acnes) ma anche S. aureus, H. influenzae ed altri. L’ipotesi al momento più accreditata è quella della deregolazione immunitaria: la sindrome SAPHO sarebbe il risultato di un disturbo autoinfiammatorio (e non autoimmune) caratterizzato da riduzione della proteina p53, aumento della produzione di IL-10 e ridotta capacità di formare specie reattive dell’ossigeno. L’infiammazione tipica della patologia comprende la secrezione di numerose citochine proinfiammatorie tra cui IL-1, IL-8, IL-18 e TNF-alfa e l’iperattivazione dei linfociti T helper Th17.

È probabile che tutte le ipotesi fino ad ora suggerite siano corrette e che la sindrome di SAPHO, proprio per la varietà delle manifestazioni cliniche, sia il risultato di una complessa interazione tra suscettibilità genetica e fattori ambientali. Dal punto di vista biomolecolare, alcune teorie suggeriscono che la risposta antinfiammatoria sia innescata da una combinazione di deficit, difetti e repressione di proteine e fattori nucleari. Alcuni studi hanno esaminato la risposta immunitaria dei pazienti affetti dalla sindrome, analizzando le citochine sieriche e alcuni autoanticorpi. Sono stati rilevati alti livelli ematici di IL-8 e IL-18, nessuna presenza di autoanticorpi e una forte risposta leucocitaria all’infezione da P. acnes, che dimostra che questo batterio contribuisce alla forte risposta infiammatoria.

Attualmente l’unica terapia per la sindrome di SAPHO consiste nella somministrazione di farmaci per controllare l’infiammazione, le infezioni e l’iperattività del sistema immunitario ed eventualmente per trattare i sintomi dermatologici ed osteo-articolari. I pazienti quindi assumono FANS, corticosteroidi, immunosoppressori, antireumatici, farmaci biologici (anti-TNF-alfa e anti-IL-1), bifosfonati. Queste terapie hanno successo variabile: alcuni pazienti rispondono molto bene, altri non hanno benefici, altri ancora nel tempo diventano refrattari ai farmaci. È probabile che il successo terapeutico dipenda da fattori genetici o immunitari di cui la medicina non è ancora a conoscenza.

L’autoinfiammazione è una delle componenti principali della sindrome di SAPHO. Il successo incostante dei farmaci antinfiammatori ed immunosoppressivi, unito agli effetti collaterali, ha portato molti medici a considerare l’utilizzo di coadiuvanti ed integratori naturali per dare sollievo ai sintomi del paziente senza interrompere le terapie convenzionali. Al giorno d’oggi, nessuno può sostenere che il cibo non abbia un impatto sulla salute: esistono alcuni alimenti antinfiammatori naturali (cannella, curcuma ecc.) contengono molecole in grado di modificare lo stato di benessere. Per questo, chi soffre di sindromi infiammatorie croniche dovrebbe rivolgersi anche ad un nutrizionista, che imposterà una dieta speciale per eliminare alimenti contenenti additivi chimici e composti che stimolano l’infiammazione (istamina). Sono numerose le testimonianze di persone affette da sindrome di SAPHO che sono in remissione, grazie a farmaci correttamente prescritti e testati, agli integratori e ad una dieta speciale.

L’integratore AHCC può aiutare a dare sollievo dall’infiammazione cronica, grazie al suo effetto immunomodulante, antinfiammatorio e antiossidante. Derivato da una frazione unica del micelio del fungo shiitake, AHCC contiene polisaccaridi lineari a basso peso molecolare (alfa e beta glucani) noti in medicina per modulare l’iperattività del sistema immunitario. Una serie di ricerche ha dimostrato che AHCC supporta la risposta immunitaria e contribuisce a regolare i livelli delle citochine e l’attività delle cellule Natural Killer.

Secondo alcuni studi, l’azione di AHCC si esplica attraverso la regolazione di recettori presenti sui leucociti, che inducono l’immunità a reagire verso elementi estranei piuttosto che contro componenti dell’organismo stesso (autoimmunità). Per questo motivo AHCC può essere un integratore utile nella sindrome di SAPHO, per combattere i batteri che scatenano l’autoinfiammazione, orchestrare la risposta immunitaria e sostenere le difese naturali contro agenti estranei. Grazie al basso peso molecolare, dopo l’assunzione l’integratore AHCC viene assorbito nell’intestino tenue ed entra in circolo senza subire modificazioni metaboliche, espletando i suoi effetti negli organi e nei tessuti e specialmente sui macrofagi che lo internalizzano e lo trasportano nel midollo osseo e nel sistema reticolo-endoteliale. L’assunzione di AHCC come integrazione alla dieta e coadiuvante del trattamento farmacologico deve prima essere valutata dal medico curante.

 

Fonti:

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Pemfigo e integratori immunostimolanti

Tra le malattie della cute, dell’epidermide e delle mucose una delle più rare ma devastanti è il pemfigo o pemfigoide, una patologia cronica ad eziologia autoimmune che racchiude diverse forme cliniche. Con il termine pemfigo infatti si identifica una classe molto ampia di manifestazioni cutanee caratterizzate dalla formazione di vesciche e bolle sulla cute, sia spontaneamente sia in conseguenza di uno sfregamento (provocato, permette un rapido indirizzamento diagnostico). La malattia è causata da un difetto dei meccanismi di adesione cellulare dell’epidermide (in particolare di strutture dette desmosomi), che indeboliscono il collegamento tra l’epidermide e gli strati sottostanti. Il pemfigo può colpire sia la cute che le mucose: in alcune forme sono coinvolte le cavità nasali, la faringe, la laringe, la bocca e la regione genitale.

Clinicamente, nei pazienti affetti dalla forma di pemfigo detto “bolloso” avviene fisicamente il distacco dello strato epidermico dal derma sottostante a livello della lamina lucida: il distacco causa la formazione di un’eruzione bollosa costituita da bolle di diametro variabile, da pochi millimetri a diversi centimetri, isolate o confluenti, fragili e contenenti un liquido sieroso o siero-ematico. Le bolle possono persistere qualche giorno per poi rompersi (spontaneamente o dopo sollecitazione, essendo fragili) e causare erosione cutanea e croste emorragiche, che coinvolgono ampie porzioni di cute e quindi sono ad elevato rischio di infezione. Oltre alla forma bollosa, esistono altre varianti più o meno severe ma che comunque colpiscono pesantemente la qualità della vita. Il pemfigo è una malattia cronica dalla prognosi non buona: la mortalità dei soggetti colpiti è di 2-6 volte più elevata rispetto ai soggetti sani ed è dovuta ad infezioni, embolia polmonare, alte dosi di corticosteroidi e patologie concomitanti. Il pemfigo è causato da una reazione autoimmune e la terapia consiste sostanzialmente nel controllo del sistema immunitario impiegando corticosteroidi ed immunosoppressori.

Studiando le lesioni dei pazienti affetti da pemfigo è stato osservato un abbondante infiltrato cellulare infiammatorio costituito da autoanticorpi, linfociti B e T autoreattivi, neutrofili, eosinofili e macrofagi. Le cellule rilevate possono variare a seconda del quadro clinico e della forma di pemfigo, ma gli studi effettuati hanno rilevato chiaramente la presenza di anticorpi e linfociti autoreattivi, in grado di attaccare e distruggere la giunzione tra epitelio e derma; l’indebolimento della giunzione porta al distacco dell’epidermide dallo strato sottostante anche dopo un lieve sfregamento o addirittura senza alcun contatto. Gli anticorpi (immunità umorale) hanno probabilmente un ruolo patogenetico nell’insorgenza del pemfigo, le cui cause sono sia genetiche che ambientali. Alcuni studi hanno dimostrato che le immunoglobuline IgG attaccano i desmosomi e le laminine (proteine che garantiscono l’integrità strutturale della giunzione epidermide-derma). Anche l’immunità cellulare mediata dai linfociti T CD4+ è risultata essere coinvolta, mentre sono in corso ricerche su un eventuale meccanismo di mimetismo antigenico.

Gli esami citologici hanno mostrato che le lesioni cutanee causate dalla formazione delle bolle e dell’eritema sono accompagnati da un infiltrato infiammatorio costituito prevalentemente da eosinofili (granulociti che si attivano nelle reazioni allergiche ed autoimmuni) e linfociti T, accompagnati da anticorpi autoreattivi. Il significato patogenetico delle cellule T regolatorie individuate nelle lesioni pemfigoidi è stato studiato in alcune ricerche che hanno mostrato un marcato aumento dei linfociti T CD4+ e CD8+, che decresceva dopo la somministrazione della terapia. La produzione di citochine da parte delle cellule immunitarie ha un ruolo importante sia nello scatenare la risposta infiammatoria, sia nel mantenere attivi i processi flogistici e di richiamo di ulteriori cellule immuni. Nel sito delle lesioni da pemfigo è stata dimostrata la produzione di IL-17, un mediatore proinfiammatorio, da parte dei neutrofili appartenenti all’immunità innata; la produzione di tale citochina è diminuita rapidamente con la terapia. È stato inoltre provato che l’attivazione dei granulociti neutrofili è in grado di degradare la matrice extracellulare, amplificando ulteriormente l’infiammazione ed estendendo la portata e la gravità della malattia.

Il pemfigo è quindi da considerarsi una malattia cronica autoimmune caratterizzata da un essudato infiammatorio e cellulare ricco di fattori e mediatori biochimici in grado di aumentare i processi flogistici già in atto. La terapia a base di immunosoppressori ed antinfiammatori è in grado di risolvere solo i sintomi, senza curarne le cause, ed è gravata da effetti collaterali pesanti. In alcuni centri, alle terapie classiche sono stati aggiunti dei coadiuvanti, in particolare integratori immunostimolanti ed immunomodulanti, che si ritiene siano in grado di contrastare gli effetti collaterali delle terapie ed inibire in un certo grado l’infiammazione. Uno degli integratori più ad ampio spettro è AHCC, un estratto vegetale derivato dal fungo Lentinula edodes, che contiene beta-glucani ed alfa-glucani a basso peso molecolare ed elevato assorbimento. In alcuni studi, AHCC ha migliorato l’equilibrio tra risposta immunitaria innata ed acquisita, ha attivato le cellule responsabili della sorveglianza immunitaria ed inibisce gli effetti di alcune proteine dannose prodotte nei processi infiammatori. Inoltre, AHCC stimola la risposta immunitaria in modo mirato, contrastando i meccanismi autoreattivi a favore di un equilibrio tra le diverse componenti immunitarie.

In Italia si assiste ancora ad un generale scetticismo nei confronti dei preparati naturali, ma in alcuni Paesi (tra cui il Giappone, in cui ha origine l’estratto AHCC) sono stati ottenuti numerosi benefici abbinando terapia tradizionale e coadiuvante naturale. L’immunità e la sua efficienza o, al contrario, il suo deterioramento, sono elementi alla base di moltissime patologie e legano sia i processi di invecchiamento sia molte malattie croniche. Grazie all’ampia possibilità di applicazione ed al basso costo, sempre più centri di cura e di ricerca concentrano i loro sforzi nella comprensione e nella caratterizzazione dei meccanismi alla base dei benefici degli integratori come AHCC.

 

Fonti:

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https://jamanetwork.com/journals/jamadermatology/article-abstract/550655

https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fimmu.2019.01506/full

Integratori utili nella sindrome di Kawasaki

La malattia di Kawasaki è una sindrome sistemica caratterizzata da vasculiti ricorrenti, ovvero infiammazione delle arterie di medio-piccolo calibro in tutto l’organismo. La sindrome di Kawasaki colpisce i neonati ed i bambini tra 1 anno ed 8 anni di età: i sintomi sono febbre prolungata, esantema, infiammazione delle mucose, linfoadenopatie e congiuntivite. Le arterie maggiormente colpite dalla vasculite sono le coronarie, ovvero i vasi che nutrono il miocardio. Il 20% dei pazienti affetti da sindrome di Kawasaki, se non trattato, rischia un grave danno cardiaco che si manifesta con insufficienza cardiaca, miocardite acuta, aritmie, endocardite e pericardite; un altro rischio importante è rappresentano dal formarsi di aneurismi delle coronarie, un ingrossamento patologico del vaso che potrebbe rompersi improvvisamente causando infarto.

La malattia tende a progredire per stadi. Il primo sintomo ad apparire è la febbre, di almeno 5 giorni, seguita da letargia, irritabilità e dolore addominale colico, segni che possono essere confusi con una sindrome influenzale; appaiono poi congiuntivite, eruzioni cutanee eritematoso/maculari sul tronco e regione perineale, iperemia faringea, lingua “a fragola”. In seguito, possono manifestarsi altri sintomi come lieve edema e desquamazione cutanea con guarigione spontanea, ma anche linfadenopatia cervicale dolente e, nei casi più gravi, sintomi cardiaci. Altri organi colpiti dalla sindrome sono i reni, il pancreas, le alte vie respiratorie, le mucose ed i linfonodi.

La sindrome di Kawasaki è la prima causa di patologia cardiaca nei bambini. In presenza dei sintomi sopracitati, bisogna immediatamente sospettare la sindrome ed eseguire esami mirati per confermarne la presenza. Le cause della sindrome sono sconosciute e probabilmente includono sia fattori genetici, sia fattori ambientali scatenanti; non esiste alcuna cura definitiva, ma le terapie a base di immunoglobuline o somministrazione di aspirina possono migliorare considerevolmente la prognosi ed evitare la malattia coronarica, che rappresenta la causa della morte di molti pazienti. Una volta scongiurato il danno cardiaco, le prognosi dei bambini affetti da sindrome di Kawasaki è generalmente buona e la mortalità è al di sotto dell’1%.

Alcuni studi basati sulle manifestazioni cliniche e sull’epidemiologia hanno permesso di ipotizzare che la causa della sindrome di Kawasaki possa essere una risposta immunitaria anomala ad un’infezione probabilmente virale che, in soggetti geneticamente predisposti, porta all’attivazione massiccia del sistema immunitario; un’altra possibilità è un meccanismo autoimmune che attacca le arterie. Gli studi sulla sindrome hanno rivelato che il danno endoteliale cronico aumenta la concentrazione di trombina ed attiva i linfociti, specialmente durante la fase acuta. Sono stati anche ritrovati anticorpi anti-endotelio (AECA), probabilmente generati contro un microrganismo ma in grado di cross-reagire verso alcune componenti delle arterie, riconoscendole erroneamente ed attaccandole. Il legame di tali anticorpi all’endotelio danneggia le arterie ed attiva le cellule immunitarie, con conseguente rilascio di citochine proinfiammatorie che favoriscono l’iper-coagulazione del sangue e le lesioni alle arterie coronarie.

L’infiammazione ha quindi un ruolo predominante nella sindrome di Kawasaki: il perdurare delle condizioni proinfiammatorie, causate dall’attacco anticorpale all’endotelio e dalle citochine prodotte dai linfociti, è un fattore prognostico fortemente negativo per i pazienti che ne sono affetti. La somministrazione di aspirina ai bambini affetti permette di abbassare la manifestazione febbrile, sopprimere l’infiammazione e controllare la coagulazione del sangue impedendo la formazione dei trombi, ma non è esente da rischi: la somministrazione di aspirina nei bambini sotto i 12 anni è solitamente controindicata perché può provocare la sindrome di Reye. Nei bambini malati di sindrome di Kawasaki il beneficio è ritenuto essere maggiore del rischio, ma eventi avversi sono probabili.

È possibile prescindere dalla somministrazione di FANS ai bambini affetti da sindrome di Kawasaki? Al momento le evidenze mediche non permettono di modificare i protocolli del trattamento, ma in alcuni studi è stato proposto di diminuire il dosaggio dei farmaci antinfiammatori in modo da controllare gli effetti collaterali. Alcuni integratori naturali, come AHCC, hanno mostrato un effetto antinfiammatorio in vitro ed in trial clinici. Usato come coadiuvante in numerose terapie, AHCC è un estratto standardizzato di beta-glucani di origine naturale, derivato dal micelio del fungo di origine giapponese Lentinula edodes, già noto in medicina tradizionale. AHCC modula numerose funzioni delle cellule immunitarie, inclusi i linfociti T ed i linfociti Natural Killer che possiedono un importante ruolo difensivo; in particolare AHCC controlla l’eccessiva risposta immunitaria e previene gli effetti collaterali che seguono l’assunzione di FANS e corticosteroidi.

In uno studio, i beta-glucani sono stati somministrati ad un modello animale e le analisi hanno dimostrato un aumento della fagocitosi da parte dei linfociti neutrofili e l’attivazione dei linfociti Natural Killer. Esiste un’ampia letteratura sui beta-glucani, universamente descritti come modificatori della risposta biologica: oltre all’attivazione diretta delle cellule immunitarie, i beta-glucani contenuti in AHCC potenziano la sintesi e la secrezione di varie citochine che controllano la risposta immunitaria impedendo attivazioni improprie tipiche delle risposte autoimmuni. Le molecole di AHCC sono in grado di indirizzare l’azione di numerosi composti cellulari prodotti dalle cellule immunitarie, come proteine e polipeptidi dotati di attività antitumorale ed antinfiammatoria. Il meccanismo d’azione dei beta-glucani si basa sul controllo degli effetti negativi dei farmaci antinfiammatori la cui assunzione quindi non va mai interrotta, per non perdere l’azione coadiuvante di AHCC.

 

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29437127

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30808315

http://www.jiaci.org/summary/vol29-issue4-num1825

https://academic.oup.com/rheumatology/article/56/1/6/2631538

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6942843/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26974354/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4202470/

 

 

 

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