Benefici dell’assunzione di AHCC nei pazienti affetti da spondilite anchilosante

La spondilite anchilosante è una patologia cronica, ad eziologia autoimmune, che fa parte del complesso delle patologie reumatiche. Può colpire persone di tutte le età, ma è più probabile insorga negli individui in età avanzata e, generalmente, risulta essere più diffusa nei maschi, ma più grave nelle donne.

I sintomi sono caratteristici, perché trattandosi di una patologia della colonna vertebrale, il più importante è il mal di schiena costante, dolore particolarmente acuto accompagnato di rigidità, specialmente al mattino, dopo aver riposato.

Si tratta di una malattia rara, di tipo genetico e a trasmissione familiare, mentre la sua patogenesi è autoimmune.

In questo articolo cercheremo di comprenderne il funzionamento e capire come riuscire a convivere al meglio con questa malattia.

 

Spondilite anchilosante: cos’è e come si mostra

La spondilite anchilosante è una patologia di origine genetica, che colpisce, nella maggior parte dei casi, persone con predisposizione familiare, che hanno una specifica mutazione genetica non dannosa. Il fattore genetico sembra essere il più importante nella predisposizione alla patologia, ma non sembra essere l’unico: il 10% delle persone affette da spondilite anchilosante non presentano segni di mutazione.

Tuttavia non tutti i soggetti che presentano la mutazione sono destinati a sviluppare la malattia, suggerendo che i fattori ambientali influiscono sulla sua patogenesi.

Il sistema immunitario, in questa patologia, ha un ruolo primario: attacca le strutture stesse dell’organismo con particolare riferimento alle articolazioni, quelle della schiena ma non solo. Il problema si può estendere al tallone, alle dita della mano e dei piedi e, in alcune situazioni anche all’intestino e all’occhio, suggerendo la presenza di strutture antigeniche simili a quelle della schiena che vengono attaccate dal sistema immunitario.

Il sintomo principale è, comunque, il mal di schiena, che viene riferito dalla quasi totalità dei pazienti. In presenza di dolore persistente a carico della schiena, è quindi molto importante rivolgersi al medico, perché una diagnosi precoce consente di limitare i danni che la patologia può provocare. La spondilite, infatti, tende a peggiorare nel tempo, è progressiva.

Chi ne soffre ha comunque la possibilità di vivere una vita normale, pur con qualche accorgimento e csotto costante osservazione medica.

Per quanto riguarda il trattamento, non esiste una terapia risolutiva per la spondilite, e questo significa che i farmaci e gli integratori naturali prescritti ai pazienti mirano al controllo dei sintomi, in particolare del dolore.

Dal punto di vista farmacologico, poiché la patologia è causata da un’iperattivazione del sistema immunitario, si consiglia l’assunzione di farmaci immunosoppressori e  antinfiammatori, di solito non steroidei, congiuntamente ad altri medicinali inibitori dei trasmettitori che perpetuano lo stimolo infiammatorio.

Il trattamento farmacologico, comunque, si effettua per lo più al bisogno.

 

Spondilite anchilosante: vivere meglio si può

Oltre alla terapia farmacologica descritta, i pazienti possono attingere anche ad una serie di trattamenti naturali che non permettono la guarigione ma possono supportare l’azione dei farmaci al fine di controllare meglio il dolore e, per quanto possibile, interrompere o rallentare la progressione della malattia.

Un primo aspetto fondamentale nell’approccio terapeutico alla spondilite è il controllo del peso, che permette di ridurre il dolore alla schiena. Le persone obese o sovrappeso tendono a vivere in modo peggiore questa patologia perché, oltre all’infiammazione cronica, la schiena deve compiere un lavoro di carico superiore. Anche l’attività fisica, compresa la fisioterapia nei casi più gravi, è fondamentale, perché consente di muovere le vertebre alleggerendo così l’infiammazione. Esistono comunque degli esercizi specifici per i malatia di spondiloartrite.

Tutte le abitudini che potrebbero peggiorare lo stato infiammatorio, poi, devono essere interrotte: il fumo, in particolare, è una delle peggiori, ma anche una dieta non equilibrata e ricca di acidi grassi pro-infiammatori (come, per esempio, un abuso di fritti e poca assunzione di acqua), tendono ad aggravare la condizione e vanno quindi evitati.

Tra le molecola naturali che si possono assumere sotto forma di integratori alimentari, è indicata l’AHCC, di derivazione fungina, che stimola le cellule infiammatorie aspecifiche del sistema immunitario, a scapito di quelle specifiche, le quali causano la sintomatologia e l’attacco alle proprie strutture. In questo modo è possibile non solo ridurre l’infiammazione, ma anche garantire una miglior protezione contro i patogeni esterni, ricordando che le malattie infettive (spesso favorite a causa dell’assunzione dei farmaci antinfiammatori) tendono, nel complesso, a peggiorare il quadro clinico.

Attuare tutti questi comportamenti sani e assumere con regolarità un integratore di AHCC a supporto della terapia farmacologica, risulta molto utile per poter continuare a svolgere una vita attiva, convivendo al meglio con una patologia per la quale ancora non vi è una cura specifica e risolutiva.

AHCC negli over 65

La geriatria è una branca che studia e cerca di risolvere le patologie che colpiscono il paziente anziano, spesso causando conseguenze debilitanti, che impediscono il mantenimento della propria autosufficienza.

In un mondo in cui la vita media è in costante aumento, le patologie che colpiscono la popolazione anziana costituiscono un grande problema sia a livello personale, per chi le vive, che a livello sociale. E’ per questo che la prevenzione delle patologie degli over 65, dove possibile, risulta fondamentale sotto molteplici aspetti.

Uno dei motivi per cui l’età avanzata è deleteria per la salute sono le modifiche al sistema immunitario, che tende a perdere la propria capacità di difesa dell’organismo, con il passare degli anni. Supportarne le funzionalità permette quindi di evitare la maggior parte delle patologie, sia dovute ad agenti esterni come virus e batteri, sia generate dal proprio organismo, come le malattie autoimmuni.

 

Come cambia il sistema immunitario nell’anziano?

Tra le modifiche più importanti del sistema immunitario nel soggetto anziano abbiamo un minor turnover delle cellule del sistema immunitario. Queste tendono ad agire meno velocemente verso i patogeni, e ciò lascia la strada libera anche allo sviluppo delle patologie che, in un adulto, normalmente, non si svilupperebbero. Tra le principali modifiche possiamo ricordare:

  • minor capacità di distinguere gli antigeni propri dell’organismo e quelli esterni. Questa è la causa per cui le malattie autoimmuni, ovvero patologie nelle quali il sistema immunitario attacca l’organismo stesso, che sono più frequenti nell’età avanzata;
  • sistema immunitario più lento. Sono più lenti i linfociti T, che si occupano di riconoscere gli antigeni, e sono più lenti anche i macrofagi, che si occupano della loro distruzione. I macrofagi si occupano anche della distruzione delle cellule tumorali che vengono riconosciute dal sistema immunitario, e questo è il motivo per cui le neoplasie sono più frequenti nelle persone anziane.
  • minore protezione dell’organismo rispetto ai soggetti adulti, poichè la produzione generale di globuli bianchi diminuisce;
  • diminuzione della quantità di anticorpi e della quantità di proteine del complemento, entrambe necessarie allo sviluppo di una corretta risposta immunitaria.

La riduzione di questi fattori non è repentina, ma avviene nel corso degli anni. Lo scopo delle terapie naturali immunostimolanti è di limitare il più possibile questo decadimento delle funzioni del sistema immunitario. Tutto ciò si attua, ovviamente, in primis adottando uno stile di vita sano e poi assumendo prodotti specifici in grado di migliorare lo stato immunitario dell’anziano.

Ad uno stile di vita sano concorre anzitutto l’alimentazione, perché abitudini errate possono favorire lo sviluppo di infiammazioni, particolarmente pericolose in organismo deboli dal punto di vista immunitario. L’attività fisica, poi, tende a mantenere alto lo stato del sistema immunitario, quindi essa non andrebbe mai interrotta, anche nei pazienti over 65.

 

L’AHCC nel paziente anziano

Riguardo invece ai prodotti che è possibile utilizzare per il supporto del sistema immunitario, l’AHCC ha dimostrato di essere uno dei più importanti.

Si tratta di un estratto da cellule del fungo Lentinula edodes, che ha mostrato la capacità di supportare il sistema immunitario, in particolare le cellule dell’immunità aspecifica, che agisce principalmente contro i virus e i batteri, un’azione fondamentale nell’anziano, considerato che le malattie infettive sono la quarta causa di decesso superati i 65 anni.

Questo aumento delle cause di decesso è causato da una diminuzione dell’immunità cellulo-mediata, che l’AHCC è in grado invece di stimolare.

La sua capacità permette di far crescere il numero dei linfociti Natural-Killer, una classe linfocitaria aspecifica è in grado di riconoscere gli antigeni non-self (ossia, non appartenenti all’organismo stesso) ed eliminarli. Supportare queste popolazioni cellulari risulta quindi essere fondamentale per poter evitare l’attacco dai patogeni esterni ma anche lo sviluppo di cellule neoplastiche, di cui si occupano proprio i linfociti Natural-Killer.

Gli studi hanno mostrato come l’assunzione di AHCC non solo permette di aumentare la popolazione cellulare NK, ma anche di innalzare la produzione di citochine, i messaggeri chimici che richiamano le cellule nel punto in cui si ha uno sviluppo infiammatorio oppure neoplastico; in questo modo l’azione dell’organismo è migliore rispetto a quanto accadrebbe senza l’assunzione della molecola.

Molto importante è assumere costantemente AHCC nel corso della vita, perché è stato mostrato come l’azione migliorativa del sistema immunitario tende vanificarsi quando si hanno interruzioni nella sua assunzione. E’ ancora più importante, chiaramente, assumerlo in presenza di una patologia di tipo autoimmune, senza trascurare la sua funzione preventiva nell’individuo sano.

Nel complesso, l’AHCC permette di migliorare nettamente lo stato del sistema immunitario nei pazienti over 65, contrastando quello che è un processo di decadimento fisiologico dell’organismo umano.

 

Fonti:

https://www.researchgate.net/publication/45339488_Effects_of_extrinsic_and_intrinsic_factors_on_age-associated_decline_in_natural_killer_cell_activity_during_primary_influenza_infection

https://www.msdmanuals.com/it-it/casa/disturbi-immunitari/biologia-del-sistema-immunitario/effetti-dell-invecchiamento-sul-sistema-immunitario

Amiloidosi: cause, sintomi e terapie

Con il termine “amiloidosi” si intende un gruppo di patologie rare, più o meno gravi, che dipendono dalla deposizione negli organi e nei tessuti di una particolare sostanza detta sostanza amiloide, di matrice proteica.

Si tratta di una serie di proteine anomale, che l’organismo inizia a produrre per motivi diversi e che  circolano nell’organismo depositandosi nei diversi organi, in posti diversi a seconda della tipologia di amiloidosi di cui si soffre. Questi depositi, chiaramente, interferiscono con il normale funzionamento degli organi causando una sintomatologia che può essere anche piuttosto grave.

In alcune situazioni gli accumuli interessano un solo organo, e allora si parla di amiloidosi localizzata, mentre in altre situazioni si parla di amiloidosi generalizzata o sistemica, con gli accumuli che si ritrovano in più organi.

 

Amiloidosi: le cause e i sintomi

Le cause delle amiloidosi dipendono in generale da un’iperproduzione di proteine causata da alcune cellule, solitamente le plasmacellule che normalmente produrrebbero gli anticorpi. Se queste cellule producono proteine in modo anomalo, pur continuando a produrre anche gli anticorpi, formano delle proteine diverse, con una struttura che non ha uno scopo specifico all’interno dell’organismo. Si tratta di proteine lineari, piuttosto grandi, più delle proteine che il rene riesce ad eliminare.

Questo significa che i depositi proteici, una volta creati, rimangono all’interno del sangue, e iniziano a depositarsi nei diversi organi, compromettendone il funzionamento.

La produzione può dipendere da diverse cause, tra cui le più comuni vi sono:

  • un difetto delle plasmacellule che producono anticorpi, che in alcuni casi può essere associato ad una specifica neoplasia, il mieloma. In questo caso il sovrannumero di cellule causa una produzione eccessiva di sostanza amiloide;
  • infiammazioni croniche, come l’artrite reumatoide, che richiamano costantemente le cellule infiammatorie nella sede dell’infiammazione che persiste fin quando queste cellule non iniziano a produrre questa sostanza in grandi quantità;
  • anomalie genetiche relative ad un organo, che rappresentano una causa ereditaria e sono una delle casistiche più rare di amiloidosi. Se l’anomalia colpisce un solo organo, primariamente, il problema può essere risolto con un trapianto, riuscendo così ad eliminare la patologia e a riprendere una vita normale.

La diagnosi di amiloidosi può essere complessa, viste le tante malattie che possono mostrare sintomi simili. Tuttavia la diagnosi definitiva si ha solo vedendo i depositi di sostanza amiloide, che si può ottenere prelevando una parte di tessuto dall’organo malato (biopsia) e osservandolo al microscopio. Esistono anche altri tipi di esami, come la scintigrafia, che consentono di diagnosticare l’amiloidosi con un metodo meno invasivo rispetto alla biopsia, e sono utili soprattutto per capire in quali organi si deposita la sostanza, mentre con la biopsia si interviene già conoscendo l’organo potenzialmente interessato dalla malattia, sulla base dei sintomi del paziente.

 

La terapia per l’amiloidosi

La terapia per l’amiloidosi è complessa perché al momento non esistono delle cure che permettano di rimuovere direttamente i depositi di amiloide dall’organismo, che costituirebbe una risoluzione definitiva a questa malattia.

Le terapie mirano quindi sia a diminuire la produzione di sostanza amiloide, sia a curare il singolo organo colpito. Esse dipendendo, in generale, dalla causa primaria dell’amiloidosi. Nell’evenienza in cui la causa sia un mieloma si ricorre per esempio alla chemioterapia, mentre se si tratta di un’infiammazione cronica, generalmente si somministrano le molecole antinfiammatorie. L’amiliodosi causata da un problema genetice, che può interessare un singolo organo, può invece essere risolta con il trapianto.

Questo significa che non esiste uno “standard” nel trattamento dell’amiloidosi, ma che tutto dipende dall’individuazione delle cause e dalla scelta della terapia più indicata di caso in caso. Le diverse cure disponibili portano, ad oggi, ad una buona prospettiva di vita dei pazienti, al contrario di quanto accadeva in passato.

 

La terapia nutrizionale può essere d’aiuto

In generale, le terapie non farmacologiche possono essere d’aiuto sia nell’ottica di limitare il progredire della patologia, sia in quella di migliorare la qualità della vita del paziente.

Una delle più interessanti è la possibilità di usare la micoterapia per ridurre la produzione di sostanza amiloide. Molecole come l’AHCC sono in grado di stimolare l’attività dell’immunità aspecifica nell’organismo, ottenendo in questo modo un abbassamento dell’immunità specifica, responsabile della produzione di anticorpi.

Questo supporto è utile sia in patologie come l’artrite reumatoide, che può causare a sua volta l’amiloidosi, sia in altre condizioni, come il mieloma o le forme causate da problemi genetici, in cui l’aumento della produzione di anticorpi è dovuto all’aumento dell’attività delle plasmacellule. Se queste cellule vengono

“tenute a bada” da un mix di terapie tradizionali e naturali, la deposizione della sostanza amiloide diminuirà, con il conseguente miglioramento della sintomatologia.

Come detto all’inizio, tuttavia, la terapia si limita al ridurre la produzione di sostanza amiloide, ma non è d’aiuto nel momento in cui i depositi sono già presenti, perché non riesce a rimuoverli. In questi casi è comunque importantissima una terapia sintomatologica precisa, che varia da caso a caso e che deve essere studiata in modo personalizzato sul singolo paziente.

L’AHCC nella malattia di Balò

La Malattia di Balò è uno dei disturbi borderline che fa parte del complesso della sclerosi multipla. La sclerosi è una condizione patologica che interessa le guaine mieliniche di tutto l’organismo e può avere diverse localizzazioni, dunque si caratterizza per una sintomatologia variegata.

Come le altre varianti della sclerosi, la malattia di Balò provoca la demielinizzazione delle guaine, cioè la perdita dello strato mielinico che ricopre i nervi e che li isola, permettendo così la trasmissione rapida degli impulsi nervosi. Se questo strato viene a mancare, la trasmissione dell’impulso non è ottimale e compaiono i sintomi della malattia, destinati a peggiorare nel corso del tempo. La causa della demielinizzazione è un’autoimmunità, ovvero una patologia nella quale le cellule del sistema immunitario attaccano le strutture stesse dell’organismo, causando un danno irreversibile.

La particolarità di questa variante della più nota sclerosi multipla, consiste nella demielinizzazione in strati concentrici, quindi ci sono alcuni strati di mielina correttamente presenti a fianco di altri strati di mielina assenti. Questo sembra dovuto all’espressione di particolari proteine, legate allo stress indotto dalla patologia (dall’attacco del proprio sistema immunitario verso la guaina mielinica) che migliorano la situazione, poi spariscono favorendo l’attacco del sistema immunitario. Tutto ciò dà origine agli strati concentrici.

La malattia di Balò, sebbene possa anche peggiorare ed evolvere nella Sclerosi Multipla, non porta generalmente ad una demielinizzazione totale del nervo; questo significa che, a seconda dei casi, possiamo avere degli individui asintomatici o poco sintomatici che, tuttavia, presentano delle lesioni.

La diagnosi della patologia, in passato, veniva effettuata solamente postuma, mentre ad oggi è possibile diagnosticarla tramite la risonanza magnetica, che con tecnologie particolari riesce a differenziare i singoli strati di mielina, identificando i segni caratteristici della malattia.

 

La terapia per la Malattia di Balò

Se dal punto di vista diagnostico e anche sintomatologico, la malattia di Balò è simile alla forma base della Sclerosi Multipla, anche dal punto di vista terapeutico la situazione è analoga.

Infatti la terapia dipende dello stato della malattia e consiste sulla modulazione del sistema immunitario, per indurre quest’ultimo a smettere di attaccare le strutture proprie dell’organismo. Gli effetti della terapia, come per altre malattie, sono migliori se questa viene messa in atto alla comparsa dei primi sintomi.

Viene definita terapia immunomodulante o, in certi casi (specialmente in quelli iniziali), immunosoppressiva, e viene accompagnata da terapie sintomatiche che differiscono a seconda dei casi. Poiché non c’è una localizzazione standard dei sintomi, proprio come nella sclerosi multipla, la terapia deve essere attentamente valutata dal medico che la andrà a  modificare a a seconda delle necessità, nell’ottica di migliorare la qualità di vita del paziente.

AHCC nella Sclerosi Multipla

AHCC è un integratore basato su particolari metaboliti estratti dai funghi, in particolare gli alfa-glucani estratti dal fungo di Lentinula edodes, conosciuto anche come Shiitake.

Questo composto agisce sull’organismo modulando la risposta immunitaria, in modo simile alla terapia farmacologica specifica ma con un meccanismo d’azione diverso. Se, infatti, nella terapia medica si cerca di inibire il sistema immunitario, inducendolo ad evitare l’attacco alle guaine mieliniche, nella terapia di supporto con l’AHCC, l’obiettivo è quello di stimolare la crescita di quelle popolazioni che non attaccano la guaina mielinica. Questa terapia integrata permette di ridurre l’attacco in sé e rendere l’organismo più resistente contro le patologie secondarie che possono interessarlo (indebolito dalla soppressione farmacologica).

Al momento, dal punto di vista scientifico, non vi sono conferme specifiche del funzionamento di AHCC nella malattia di Balò. Tuttavia la ricerca ha ampiamente dimostrato l’efficacia della molecola fungina in altre patologie di origine autoimmune e sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica, una patologia caratterizzata da una patogenesi comune a quella della Sclerosi Multipla.

Il supporto di AHCC è quindi utile sia nella Sclerosi Laterale Amiotrofica, sia nelle altre patologie autoimmuni in genere, ed è questo che induce i medici a consigliare la molecola anche in altre malattie simili come quella di Balò. Bisogna sempre ricordare, tuttavia, che si tratta di una terapia di supporto, non in grado di guarire il paziente e la cui assunzione non deve mai sostituire quella farmacologica.

L’effetto di AHCC, poi, dovrà essere valutato dal medico curante, che consiglierà se è il caso di sospendere o continuare la terapia.

AHCC come coadiuvante nel Lichen Planus

Il Lichen Planus è una patologia infiammatoria a carico della cute caratterizzata dalla formazione di papule pruriginose che tendono a confluire tra loro. Si localizza soprattutto nel cavo orale oppure nei genitali esterni e, a differenza di altre patologie dermatologiche, non è causata da un batterio, un parassita oppure un fungo, ma da una patologia autoimmunitaria, ovvero una condizione che interessa il sistema immunitario del soggetto colpito.

Si tratta di una malattia molto fastidiosa per la quale non esiste cura, motivo per cui chi ne soffre sarà probabilmente destinato a soffrirne per tutta la vita. Il trattamento è per lo più topico, cioè applicato localmente, ed è mirato a modulare l’azione del sistema immunitario, anche se i trattamenti sistemici, e in particolare quelli naturali, possono essere utili per tenerlo sotto controllo.

In questo articolo ci concentreremo soprattutto sui trattamenti naturali che possono fungere da coadiuvanti delle terapie mediche.

 

Lichen Planus: cos’è e quali sono le cause

Le cause di Lichen Planus sono ad oggi collegate ad una patologia autoimmunitaria, in quanto non è stato individuato alcun microrganismo che si insedia nelle parti interessate, nemmeno alle biopsie cutanee.

I sintomi sono però caratteristici: nella parte del corpo interessata si presentano delle placche di colore violaceo, piane, con un diametro che va da due a quattro millimetri, che tendono a confluire tra loro. Il Lichen Planus si può concentrare in diverse parti dell’organismo, anche se spesso si presenta nella bocca, oppure nella zona dei genitali, per quanto le lesioni possano interessare anche gli arti e le unghie.

L’esordio può essere improvviso o graduale, e spesso sono state rilevate delle associazioni con le malattie infettive, soprattutto con i virus delle Epatiti B e C. La patologia tende, a periodi, ad aggravarsi e a rientrare.

La diagnosi di Lichen Planus è basata in primo luogo sulla valutazione clinica, perché molto caratteristica, e successivamente sulla biopsia cutanea, che permette di valutare lo stato dei tessuti; quando si fa diagnosi di Lichen Planus si suggeriscono anche dei test per la funzionalità epatica, visto il legame che la patologia sembra avere con i virus che causano questo tipo di patologie.

Da notare che il Lichen Planus, nella maggior parte dei casi, non è una patologia grave, che si risolve senza alcun trattamento; tuttavia alcune delle sue varianti sono croniche oppure refrattarie alla terapia, ed è per questo motivo che il trattamento, in alcuni casi, si rende necessario.

 

Lichen Planus: terapia medica e terapie naturali

Il trattamento farmacologico per il Lichen Planus è legato alla funzione del sistema immunitario, e si basa soprattutto sull’inibizione del sistema immunitario, con l’utilizzo del cortisone o, se necessari, di altri immunosoppressori dall’effetto più marcato.

I trattamenti topici sono i più semplici da utilizzare, e si basano generalmente sull’utilizzo di creme, che forniscono soprattutto un sollievo momentaneo e, in alcuni casi, aiutano la remissione della patologia, almeno nelle forme più leggere.

I trattamenti sistemici sono quelli messi in atto nelle situazioni più gravi, quando la terapia locale (che si tenta comunque per prima), non funziona: anche in questo caso ci si basa principalmente sui corticosteroidi, che riescono a ridurre i sintomi anche se gli effetti collaterali possono essere pesanti e, in certi casi, possono rendere la terapia sistemica non consigliata.

L’alternativa arriva in questi ultimi anni dalle terapie naturali, che risultano essere utili nelle patologie legate al sistema immunitario: una di queste, molto studiata, è quella basata sull’utilizzo di AHCC, Active Hexose Correlated Compound, che ha mostrato varie attività nelle diverse patologie autoimmunitarie.

Nello specifico, nel Lichen Planus l’effetto sembra essere correlato alla risposta immunitaria dei linfociti T, che rispondono alla secrezione delle interleuchine da parte delle cellule. L’utilizzo di AHCC ha mostrato una risposta molto inferiore di questi mediatori infiammatori, che possono modulare in negativo la risposta immunitaria; grazie al trattamento sistemico con AHCC, quindi, la risposta immunitaria sembra ridursi e questo causa un miglioramento della sintomatologia, che può arrivare fino alla remissione dei sintomi.

Considerando che la patologia non è continua, e si possono alternare situazioni di remissione anche completa a periodi in cui i sintomi diventano più gravi, l’AHCC può essere utilizzato in un’ottica di lungo periodo per tenere sotto controllo il Lichen Planus evitando, se possibile, anche il ricorso alle terapie farmacologiche, o comunque limitandolo il più possibile nel corso del tempo.

Anche in base alle dimostrazioni scientifiche, sebbene il meccanismo patogenetico della patologia non sia ancora oggi del tutto compreso, sembra che l’AHCC riesca a portare un effettivo miglioramento del Lichen Planus, confermando anche quanto già mostrato in altre patologie legate ad un’eccessiva risposta immunitaria.

 

Fonte: https://www.researchgate.net/publication/7589441_Tien-Hsien_Liquid_Can_Modulate_Antigen-Stimulated_Cytokine_Production_by_T-Cells_Isolated_from_Patients_with_Recurrent_Aphthous_Ulcerations

Sindrome di Cogan, cos’è e come si cura

La Sindrome di Cogan è una malattia rara, ad origine autoimmune, molto debilitante.. Si tratta di una patologia poco studiata, a causa soprattutto della sua bassa incidenza, ma difficile da curare soprattutto a per la sua sintomatologia.

In questo articolo tracceremo una panoramica della Sindrone di Cogan, focalizzando la nostra attenzione sulla sua patogenesi, sulle terapie attualmente disponibili e sul supporto che possono fornire, secondo le conoscenze scientifiche attuali, le terapie naturali e nutrizionali.

 

La sindrome di Cogan, quali sono i sintomi che la caratterizzano

La sindrome di Cogan è una malattia autoimmune particolare, che solitamente colpisce i giovani, a differenza di molte altre patologie autoimmuni. Ne sono colpiti prevalentemente i soggetti caucasici, il che fa pensare che ci sia una forte componente genetica alla base dello sviluppo di questa sindrome.

Per motivi ad oggi non ancora conosciuti, essa si genera a causa della produzione di anticorpi che attaccano strutture proprie dell’organismo: in modo particolare vengono colpiti l’orecchio interno e l’occhio, ma possono esserne interessati anche i vasi sanguigni, fino a causare una vasculite.

I sintomi sono per lo più correlati ai danni che la malattia causa all’occhio e all’orecchio. A carico dell’occhio abbiamo quindi dolori e fotofobia, mentre a livello dell’orecchio vertigini e incapacità di udire, oppure la percezione di suoni che non sono correlati a fonti di rumore emesse.

A questi che sono i sintomi principali, possono esserne associati altri, come l’infiammazione dell’uvea (uveite), una cheratite che interessa ancora l’occhio, il glaucoma, e poi la vasculite, cioè l’infiammazione dei vasi sanguigni, che interessa soprattutto l’aorta, la quale può portare ad insufficienza cardiaca. Infine si possono associare, benché siano più rari, alcuni sintomi gastrointestinali e di tipo neurologico, come l’encefalite.

 

Come si diagnostica la sindrome di Cogan

Per quanto riguarda la diagnosi di questa patologia, non esiste un metodo standard, per cui la malattia si diagnostica soprattutto sulla base delle osservazioni cliniche che vengono fatte dal medico.

In particolare, ci si basa sui sintomi oculari, che solitamente sono i primi a comparire, infatti possono passare anche diversi mesi tra la comparsa di quest’ultimi e di quelli a carico dell’orecchio. Viene quindi effettuato l’audiogramma per verificare la presenza di sordità. Il coinvolgimento sistemico si può valutare attraverso le analisi del sangue, soprattutto, e viene effettuata una diagnosi differenziale con altre malattie che potrebbero causare una sintomatologia simile.

 

Qual è la terapia medica per la sindrome di Cogan

La terapia di questa patologia viene per lo più effettuata con i metodi che solitamente si utilizzano per le patologie autoimmuni. Vengono prescritti degli immunosoppressori, che permettono di ridurre l’attività dannosa del sistema immunitario, e vengono trattati i singoli sintomi per cercare di ottenere un effetto migliorativo sulla salute generale dell’organismo.

In alcuni casi, quando la sintomatologia è limitata alla parte acustica, è possibile la sostituzione chirurgica dell’impianto cocleare oppure, se vi è un interessamento importante della componente vascolare, è possibile ricorrere a terapie chirurgiche per il supporto a questa funzione.

In ogni caso, le terapie a disposizione sono molto specifiche, e caratterizzate da una forte variabilità legata alla sintomatologia; in base a questa, poi, è possibile ottenere una diagnosi, che dipende anch’essa dallo stato di salute generale del soggetto.

 

Come le terapie naturali possono aiutare nella sindrome di Cogan

Non esistendo una terapia farmacologica specifica per il trattamento della sindrome di Cogan, è difficile trovare degli studi scientifici in grado di mettere in luce come le terapie naturali possano incidere su questa malattia.

Si può comunque fare ricorso agli integratori con proprietà immunostimolanti, utili in tutte le malattie a carattere autoimmune.

Questi prodotti naturali, come l’integratore di AHCC, hanno il vantaggio di stimolare una parte del sistema immunitario, l’immunità aspecifica, che protegge l’organismo ma non incide sulla patologia in sé. La parte del sistema immunitario che produce gli anticorpi che causano la patologia è, infatti, l’immunità aspecifica, composta dai linfociti.

Questo permette di tenere alto lo stato immunitario anche quando vengono somministrati gli antinfiammatori che depotenziano, in generale, l’attività di tutte le cellule immunitarie, permettendo di difendersi da batteri e virus che potrebbero causare infezioni secondarie quando l’organismo è già debilitato. Ma queste molecole hanno anche mostrato la capacità di ridurre uno dei sintomi più frequenti della sindrome di Cogan, le vertigini, causate dai problemi vestibolari: già questo consente un sensibile miglioramento della vita del paziente.

Da notare che i rimedi naturali non possono, da soli, sostituire le terapie farmacologiche classiche e che devono essere sempre assunti sempre sotto stretta osservazione medica, nell’ottica di favorire la riduzione della sintomatologia per una patologia ancora oggi poco conosciuta.

Uso di AHCC nella sindrome di Menière

La sindrome di Menière è una rara che colpisce l’orecchio, impedendo a chi ne soffre di sentire correttamente i suoni e di riuscire a mantenere l’equilibrio. E’ causata da un aumento della pressione del fluido dell’orecchio interno.

E’ piuttosto debilitante, non solo perché il senso dell’udito tende a peggiorare nel corso del tempo ma anche perché l’orecchio interno è l’organo che controlla l’equilibrio, e quindi può dare luogo a delle vere e proprie crisi episodiche, che durano circa mezz’ora, nelle quali il paziente mostra sintomi come vertigini, sudorazione, nistagmo (cioè il movimento incontrollato degli occhi), perdita dell’equilibrio, nausea e vomito.

Nonostante l’origine della malattia sia ancora sconosciuta, molto importante risulta essere la dieta.

In questo articolo scopriremo di più su questa patologia, sulla dieta che è consigliato seguire e suo ruolo di AHCC come coadiuvante naturale delle terapie mediche.

 

La sindrome di Menière

Tra le possibili cause al vaglio della ricerca vi sono la componente genetica e quella autoimmune, presenti in diverse malattie. Sintomi simili a quelli della sindrome di Menière possono essere dati anche da altre patologie, come le neoplasie dell’orecchio interno, oppure le infezioni batteriche.

La sua patogenesi, cioè il modo in cui la malattia si sviluppa, è invece conosciuta: la causa scatenenta è l’aumento della pressione del liquido dell’orecchio interno. A differenza dell’orecchio esterno e del medio, che sono pieni di aria, quello interno è pieno d’acqua e con presenza di concrezioni calcaree, dette otoliti che, muovendosi all’interno dell’orecchio e colpendo i recettori nervosi delle pareti, consentono di avere il senso dell’equilibrio. L’aumento della pressione nell’orecchio interno causa disturbi di percezione e dà il via alla sintomatologia.

La diagnosi non è semplice, perché si può basare esclusivamente sull’anamnesi, cioè sulla descrizione della sintomatologia da parte del paziente. Poiché l’orecchio interno è praticamente impossibile da raggiungere senza causare danni alla struttura stessa, la diagnosi certa della malattia può essere fatta solo postuma, tramite autopsia. Tuttavia, il test audiometrico può aiutare a identificare la presenza della sindrome di Menière.

Il trattamento si basa essenzialmente sulla diminuzione della pressione del fluido, ottenibile con farmaci diuretici e antistaminici; possono essere inoltre utili come supporto anche gli antiemetici e i farmaci antinausea, che consentono di limitare al massimo i sintomi caratteristici, specialmente durante le crisi.

Queste terapie non sono risolutive, ma hanno semplicemente lo scopo di ridurre i sintomi ed evitare il più possibile l’insorgere delle crisi.

 

La dieta nella sindrome di Menière

Al di là dell’uso dei farmaci sitomatici, la dieta sembra essere fondamentale per tenere a bada la malattia.

E’ necessario limitare il consumo di sodio, che pare essere direttamente correlato con la frequenza delle crisi: il motivo è probabilmente da ricercare nel ruolo che esso ha nel mantenimento della pressione sanguigna, legata alla pressione dei loquido interno all’orecchio.

Per questo motivo sono altamente consigliate le diete a ridotto contenuto di sale, che non dovrebbe superare i 2 grammi al giorno (contro i 5 di un’alimentazione normale).

Inoltre, si raccomanda anche di evitare le fluttuazioni glicemiche, perché anche i picchi di glucosio tendono a peggiorare la situazione.

L’indicazione è chiara: evitare gli alimenti ricchi di zuccheri semplici e seguire una dieta ad alto contenuto di fibra, che permette di controllare la glicemia.

Inoltre, è stato notato che gli alimenti nervini, tra cui l’alcol, la teobromina e la caffeina contenuta nel caffè e nla teina del tè tendono a peggiorare la sintomatologia. Lo stesso possono fare alcuni farmaci, tra cui i comuni antinfiammatori. Queste sostanze dovrebbero essere quindi evitate ai pazienti affetti dalla sindrome di Menière, insieme ai farmaci antinfiammatori, rispetto ai quali il medico dovrebbe preferire la prescrizione di integratori naturali con effetti simili, ove possibile.

 

L’AHCC nella sindrome di Menière

Poiché la patologia è al momento incompresa, non sono disposibili degli studi specifici sul ruolo e sull’efficacia di AHCC nella sindrome di Menière. Vi sono però dei casi in cui si sono notati dei benefici tangibili dell’intergrazione di questa molecola fungina nella dita del paziente.

L’AHCC, infatti, ha un’importante attività antinausea, dimostrata soprattutto nei pazienti in terapia chemioterapica. Non è un effetto potente come quello dei farmaci specifici per questo sintomo ma, considerando che si tratta di un rimedio naturale senza effetti collaterali, dimostratosi efficace specie nel lungo periodo (i farmaci non possono essere assunti per periodi eccessivamente prolungati), può essere utile per ridurre l’incidenza delle crisi nel corso del tempo.

Coadiuvanti naturali per la sindrome di Goodpasture

La sindrome di Goodpasture è una malattia a patogenesi autoimmune e dalle cause sconosciute, che colpisce i reni e l’apparato respiratorio. Rientra tra le malattie rare riconosciute dall’Istituto Superiore di Sanità.

Si tratta di una delle patologie maggiormente debilitanti ma, soprattutto, di una condizione che, se non trattata, può avere esito fatale a causa della sintomatologia che provoca. Le terapie che oggi vengono utilizzate per mantenere lo stile di vita dei pazienti sono diverse, e in questo articolo ci concentreremo sull’utilità, oltre che delle terapie tradizionali, delle cure naturali per questa specifica sindrome.

 

La sindrome di Goodpasture: cos’è e quali sono i sintomi

La patologia è causata dall’attività dannosa di anticorpi che bersagliano alcune strutture specifiche dell’organismo, nota come autoimmunità, che può comparire in qualunque momento della vita.

La struttura besagliata è la membrana basale glomerulare, che si trova nei reni ma, a causa della somiglianza con le strutture polmonari, insorgono sintomi anche a carico di quest’organo.

Per quanto in alcune forme si possa selettivamente un coinvolgimento solo polmonare o solo renale, nella maggior parte dei casi la malattia coinvolge entrambi gli organi con sintomi bene evidenti:

  • Lato polmonare si riscontra tosse con sangue, dolore toracico e mancanza di respiro, dovuti alla forte infiammazione che può rompere i capillari sanguigni, e causare la presenza di sangue nel polmone con conseguenti difficoltà respiratorie;
  • Lato renale abbiamo la presenza di sangue e proteine nelle urine, oltre a gonfiore degli arti, del viso e ipertensione. Questi sintomi sono dovuti all’interruzione della funzionalità renale: poiché il rene è l’organo che si occupa di controllare la pressione, un suo malfunzionamento ne causa un innalzamento costante. Inoltre l’infiammazione ai reni causa la discesa del sangue e delle proteine che vengono filtrate (normalmente non dovrebbero) all’interno delle urine.

Le cause, come già accennato, ad oggi non si conoscono, per cui non abbiamo un’idea precisa del perché questa patologia compaia, anche se sembra che una base importante possa essere genetica, in quanto è molto più diffusa tra le persone in Nuova Zelanda rispetto al resto del mondo.

 

La terapia tradizionale per la sindrome di Goodpasture

La sindrome, se non trattata, ha generalmente un esito fatale, perché i sintomi diventano così gravi da essere incompatibili con la vita. È per questo motivo che le terapie tradizionali seguono due strade diverse (a parte il controllo dei sintomi stessi):

  • Gli immunosoppressori sono farmaci che abbassano il funzionamento del sistema immunitario, bersagliando soprattutto i linfociti che producono anticorpi (la causa vera e propria della patologia) e in questo modo riducendo l’attacco, e di conseguenza i sintomi. Questi farmaci a volte vengono limitati nell’uso a causa degli effetti collaterali considerevoli;
  • La plasmaferesi, una terapia non farmacologica che si basa sul prelievo del sangue, la sua centrifugazione e la successiva reimmissione all’interno dei vasi sanguigni. Questo processo, piuttosto lungo, è necessario perché la centrifugazione separa le parti pesanti del sangue (globuli rossi e bianchi) da quelle più leggere (il plasma). Le prime vengono reimmesse nel sangue mentre le seconde, che contengono anche gli anticorpi che contribuiscono alla generazione della malattia, vengono lasciate fuori, andando di fatto a togliere gli anticorpi che causano la patologia.

In casi estremi, in particolare di compromissione renale, si prende in considerazione la strada del trapianto d’organo.

 

L’importanza del supporto naturale

I supporti naturali che sono d’aiuto in questa sindrome, sono prevalentemente di due tipi e hanno lo scopo di migliorare lo stato sintomatico:

  • Il primo trattamento che si può utilizzare è basato sugli immunostimolanti come AHCC, che hanno l’effetto di stimolare il sistema immunitario. Tuttavia non viene stimolata la parte del sistema immunitario che produce anticorpi (immunità specifica), ma quella che protegge l’organismo dalle cause esterne, qualunque esse siano (immunità aspecifica), senza attaccare specificamente alcuna struttura. Questo permette soprattutto di evitare alcuni degli effetti collaterali dei farmaci che bloccano tutte le funzioni del sistema immunitario, lasciando così il corpo “scoperto” nei confronti di eventuali aggressioni da parte di patogeni esterni, anche di “patogeni opportunisti”, che in un organismo sano non causerebbero problemi.
  • Il secondo trattamento si basa sull’aggiunta di antiossidanti idrosolubili, il più frequente dei quali è la vitamina C. L’infiammazione causata dagli anticorpi porta ad uno stress ossidativo all’interno dell’organo, che peggiora ulteriormente la situazione. Riuscendo ad evitare questo stress, diventa possibile limitare i danni causati dall’infiammazione stessa, e ridurre soprattutto il dolore e i sintomi più gravi. Questo tipo di integrazione naturale va nella stessa direzione della terapia farmacologica, ovvero cercare di diminuire gli effetti della patologia sui singoli organi.

Cistite interstiziale e AHCC

La cistite interstiziale è una patologia cronica che causa dolori alla vescica e durante la minzione. Alcuni pazienti che ne soffrono percepiscono un dolore costante, mentre altri riferiscono di un disturbo ciclico, che prosegue per mesi. La patogenesi della cistite interstiziale è ignota, e ciò rende complicato l’approccio terapeutico.

In questo articolo cercheremo di capire che cos’è questa particolare tipologia di cistite, come si sviluppa e se l’assunzione di un integratore naturale a base di AHCC può aiutare nella riduzione del dolore percepito dal paziente.

 

Cos’è la cistite interstiziale

La cistite interstiziale è una malattia vescicale cronica che colpisce sia uomini che donne ma con maggiore frequenza in quest’ultime. L’età, invece, sembra non essere un fattore determinante nell’insorgenza di questa patologia.

Tra le ipotesi circa le possibili cause, vi sono le infezioni, sia batteriche che virali e alcune tipologie di interventi chirurgici alla vescica.

Il dolore sperimentato dal paziente è causato dal contatto dell’urina, contenente sostanza tossiche e la parete della vescica, privata del rivestimento interno della vescica, che separa l’urina dalle cellule mucose. Le cellule della vescica, il danneggiamento della parete da parte dell’urina, secernono delle sostanze dette glucosaminoglicani, che hanno una funzione protettiva. Nella cistite interstiziale la capacità di secrezione di queste sostanze viene meno, e ciò causa un contatto continuo tra l’urina e la parete, che infiammazione e dolore, sintomi che nel tempo non svaniscono perchè il rivestimento mucoso non si rigenera.

I sintomi sono quelli tipici delle cistiti, con la differenza che il dolore, nella forma intestiziale, è continuo, e può portare a conseguenze più gravi come dolore ai testicoli nell’uomo, problemi all’apparato riproduttore secondari a quelli vescicali e disturbi psicologici, derivanti dal persistere del dolore.

La diagnosi non è immediata. Il paziente viene sottoposto a cistoscopia, un esame che permette l’osservazione diretta tramite endoscopio della parete vescicale, in cui si può notare la presenza di eventuali ulcerazioni, tipiche di questa malattia. Questo esame diagnostico deve essere fatto in anestesia. Il medico procederà anche al prelievo di una piccola porzione di vescica per confermare la diagnosi dal punto di vista istologico (osservazione al microscopio del tessuto).

Terapie per la cistite interstiziale

Le terapie per la cistite interstiziale sono di tipo sintomatico, cioè mirano a ridurre il dolore.

Possono essere terapie orali, consistenti nell’assunzione di antinfiammatori, analgesici e antistaminici. Per quanto i granulociti eosinofili non siano coinvolti nella patogenesi, è stato notato che gli antistaminici portano ad un miglioramento nella cistite interstiziale. Spesso si associano anche degli psicofarmaci, perché si rende necessario rimuovere il disturbo psicologico causato dal dolore.

Esistono anche delle terapie endovescicali, ovvero delle  iniezioni che vengono effettuate direttamente all’interno della vescica, a base di acido ialuronico e condroitinsolfato, che hanno lo scopo di stimolare la rigenerazione della mucosa vescicale, attraverso la stimolazione della crescita del tessuto connettivo che nutre la mucosa. Non è invece possibile inserire in vescica i fattori di protezione, poichè non è possibile “spalmarli” sulla mucosa e che, se inseriti, verrebbero comunque espulsi in poche ore attraverso l’urina.

La diagnosi precoce è fondamentale: prima inizia la terapia e maggiori sono le possibilità di tenere sotto controllo la malattia fino ad una remissione totale dei sintomi.

 

Il ruolo di AHCC nella cistite interstiziale

Benchè non vi siano molti studi specifici sugli effetti di AHCC nella cistite interstiziale, numerosi pazienti hanno rilevato una diminuzione dei sintomi a seguito di un periodo prolungato di assunzione dell’integratore, sia singolarmente sia in associazione ai farmaci prescritti dal medico.

La diminuzione del dolore potrebbe essere dovuta al miglioramento delle difese immunitarie vescicali. AHCC ha infatti un’attività immunostimolante..

Poiché una delle cause del dolore nella cistite interstiziale è la proliferazione batterica all’interno della vescica, stimolare il sistema immunitario permetterebbe di attivare un meccanismo di difesa che consentirebbe di evitare il danno continuativo alla mucosa. L’AHCC, come qualsiasi altro integratore alimentare, non può essere considerato una soluzione definitiva alla malattia, perché è comunque necessario proseguire con le terapie farmacologiche. Di certo agire sul sistema immunitario, rafforzandolo, permette un miglioramento della sintomatologia primaria e della salute dell’intero organismo, che risente dello stress e della debilitazione causati dalla condizione patologica.

E’ bene ricordare che AHCC può essere assunto in associazione con altre terapie naturali e farmacologiche, ma sempre sotto controllo medico.

 

Integratori per la dermatomiosite

La dermatomiosite è una condizione medica caratterizzata dall’infiammazione e dal danneggiamento progressivo della pelle e dei muscoli scheletrici che ricopre. Si tratta di una patologia particolare, perché si presenta in genere insieme ad altre malattie infiammatorie, e può essere accompagnata da sintomi più o meno gravi.

Al momento le cause che portano allo sviluppo di questa patologia sono sconosciute, ma per certo si sa che essa fa parte del vasto complesso di malattie autoimmuni che possono colpire l’essere umano, nonostante si tratti di una delle varianti meno comuni. Come per le altre autoimmunità, è difficile poter usufruire di una terapia specifica, in grado di guarire dalla malattia o, quantomeno, di migliorare significativamente la qualità dei vita del paziente.

In questo articolo cercheremo di capire che cos’è la dermatomiosite, a che punto è arrivata la ricerca e quale ruolo hanno gli integratori alimentari nella riduzione della la sintomatologia.

La dermatomiosite

La dermatomiosite è una patologia che colpisce la pelle e i muscoli scheletrici nella loro accezione più ampia, comprendente anche il cuore (manifestandosi con una miocardite). I sintomi si possono, in generale, distinguere in due categorie:

  • Le alterazioni cutanee: che si manifestano come edema, che può comparire sul viso, sulle palpebre e sulle articolazioni, oppure sul ginocchio e sulle mani. Si possono riscontrare delle placche sopraelevate rispetto al resto della pelle;
  • Le alterazioni muscolari: al dolore al muscolo si aggiunge una perdita delle sua funzionalità, con impossibilità di contrarre i muscoli, che tende solitamente a peggiorare senza alcun cenno di miglioramento, in modo più o meno rapido. Se colpisce il muscolo cardiaco, la dermatomiosite può essere pericolosa per la stessa vita del paziente.

Anche se non accompagnata dalla sintomatologia tipica delle altre malattie autoimmuni, nella dermomiosite si possono presentare altri sintomi che riguardano, in qualche modo, sempre i muscoli: dalla disfagia (difficoltà alla deglutizione), alle difficoltà respiratorie dovute all’interessamento dei muscoli intercostali e del diaframma, passando per i problemi alle articolazioni.

La causa della dermatomiosite rimane ad oggi sconosciuta e, anche se la patogenesi è autoimmunitaria (cioè il sistema immunitario per motivi ignoti inizia ad attaccare strutture dell’organismo stesso), si suppone che si manifesti sia per cause genetiche, sia per cause infettive (come l’infezione da HIV, enterovirus, cytomegalovirus, parvovirus, Borrelia). Il ruolo di questi batteri nella patogenesi, tuttavia, al momento non è ancora stato chiarito.

 

La terapia farmacologica della dermatomiosite

Dal punto di vista farmacologico, la terapia più utilizzata (e praticamente l’unica) vista la generale estensione delle lesioni e la variabilità dei sintomi, è la terapia cortisonica. Poiché i sintomi sono causati da un’iperattivazione del sistema immunitario che attacca le proprie strutture, il cortisone a dosi immunosoppressive (che sopprimono l’attività immunitaria) permette di ottenere dei vantaggi soprattutto in termini di abbassamento del dolore, miglioramento della qualità della vita e possibilità di utilizzare i muscoli interessati dalla malattia.

Il trattamento farmacologico deve essere iniziato quanto prima e potrebbe protrarsi a lungo, fino alla totale remissione dei sintomi.

I malati di dermomiosite sono seguito da medico reumatologo.

 

Le integrazioni e le terapie complementari

A fianco delle indicazioni mediche, lo stile di vita sembra svolgere un ruolo fondamentale per il miglioramento del quadro clinico.

Ad oggi si dibatte in campo medico sull’utilità dell’attività fisica nel miglioramento dello stato generale di salute. Nei casi che interessano le articolazioni, fare attività può essere d’aiuto soprattutto per evitare che esse si possano bloccare.

Dal punto di vista alimentare, una dieta che non stimoli l’avanzare dell’infiammazione è, in generale, utile, in particolar modo se supportata da specifiche integrazioni che aiutino la terapia farmacologica, come le seguenti.

  • Integratore di AHCC: si tratta di un prodotto che ha lo scopo di aiutare il sistema immunitario debilitato dalla terapia cortisonica. E’ un integratore che ha un’attività selettiva sulle cellule del sistema immunitario, in quanto non stimola quelle dell’immunità specifica (che attaccano l’organismo stesso, e che quindi sono la causa del danno), ma solo quelle dell’immunità specifica che combattono virus e batteri esterni quando il cortisone riduce indistintamente l’attività del sistema immunitario. In pratica, si supporta il sistema immunitario a combattere eventuali altre patologie senza peggiorare la situazione nel suo complesso;
  • Acidi grassi Omega-3: poiché il problema è l’infiammazione, essi aiutano il cortisone nell’attività antinfiammatoria. Gli Omega-3 contenenti EPA (acido eicosapentaenoico) sono precursori degli eicosanoidi antinfiammatori, che abbassano l’attività infiammatoria nei muscoli e nella pelle, ottenendo in questo modo un miglioramento della sintomatologia. Non possono sostituire il cortisone, ma il loro utilizzo permette l’abbassamento del dosaggio del farmaco.
  • Probiotici: hanno dimostrato di avere anch’essi un’attività antinfiammatoria, grazie ad una modulazione in negativo del sistema immunitario. Se il microbiota intestinale, la flora batterica, non è ottimale (disbiosi), gli effetti infiammatori del sistema immunitario tendono ad aumentare. I probiotici sono utili per contrastare questo effetto e, tra l’altro, possono ottenere un aiuto (effetto sinergico) dall’assunzione contemporanea di AHCC, che costituisce in parte il loro nutrimento, grazie ad un’azione prebiotica.
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