Uso di AHCC nella sindrome di Menière

La sindrome di Menière è una rara che colpisce l’orecchio, impedendo a chi ne soffre di sentire correttamente i suoni e di riuscire a mantenere l’equilibrio. E’ causata da un aumento della pressione del fluido dell’orecchio interno.

E’ piuttosto debilitante, non solo perché il senso dell’udito tende a peggiorare nel corso del tempo ma anche perché l’orecchio interno è l’organo che controlla l’equilibrio, e quindi può dare luogo a delle vere e proprie crisi episodiche, che durano circa mezz’ora, nelle quali il paziente mostra sintomi come vertigini, sudorazione, nistagmo (cioè il movimento incontrollato degli occhi), perdita dell’equilibrio, nausea e vomito.

Nonostante l’origine della malattia sia ancora sconosciuta, molto importante risulta essere la dieta.

In questo articolo scopriremo di più su questa patologia, sulla dieta che è consigliato seguire e suo ruolo di AHCC come coadiuvante naturale delle terapie mediche.

 

La sindrome di Menière

Tra le possibili cause al vaglio della ricerca vi sono la componente genetica e quella autoimmune, presenti in diverse malattie. Sintomi simili a quelli della sindrome di Menière possono essere dati anche da altre patologie, come le neoplasie dell’orecchio interno, oppure le infezioni batteriche.

La sua patogenesi, cioè il modo in cui la malattia si sviluppa, è invece conosciuta: la causa scatenenta è l’aumento della pressione del liquido dell’orecchio interno. A differenza dell’orecchio esterno e del medio, che sono pieni di aria, quello interno è pieno d’acqua e con presenza di concrezioni calcaree, dette otoliti che, muovendosi all’interno dell’orecchio e colpendo i recettori nervosi delle pareti, consentono di avere il senso dell’equilibrio. L’aumento della pressione nell’orecchio interno causa disturbi di percezione e dà il via alla sintomatologia.

La diagnosi non è semplice, perché si può basare esclusivamente sull’anamnesi, cioè sulla descrizione della sintomatologia da parte del paziente. Poiché l’orecchio interno è praticamente impossibile da raggiungere senza causare danni alla struttura stessa, la diagnosi certa della malattia può essere fatta solo postuma, tramite autopsia. Tuttavia, il test audiometrico può aiutare a identificare la presenza della sindrome di Menière.

Il trattamento si basa essenzialmente sulla diminuzione della pressione del fluido, ottenibile con farmaci diuretici e antistaminici; possono essere inoltre utili come supporto anche gli antiemetici e i farmaci antinausea, che consentono di limitare al massimo i sintomi caratteristici, specialmente durante le crisi.

Queste terapie non sono risolutive, ma hanno semplicemente lo scopo di ridurre i sintomi ed evitare il più possibile l’insorgere delle crisi.

 

La dieta nella sindrome di Menière

Al di là dell’uso dei farmaci sitomatici, la dieta sembra essere fondamentale per tenere a bada la malattia.

E’ necessario limitare il consumo di sodio, che pare essere direttamente correlato con la frequenza delle crisi: il motivo è probabilmente da ricercare nel ruolo che esso ha nel mantenimento della pressione sanguigna, legata alla pressione dei loquido interno all’orecchio.

Per questo motivo sono altamente consigliate le diete a ridotto contenuto di sale, che non dovrebbe superare i 2 grammi al giorno (contro i 5 di un’alimentazione normale).

Inoltre, si raccomanda anche di evitare le fluttuazioni glicemiche, perché anche i picchi di glucosio tendono a peggiorare la situazione.

L’indicazione è chiara: evitare gli alimenti ricchi di zuccheri semplici e seguire una dieta ad alto contenuto di fibra, che permette di controllare la glicemia.

Inoltre, è stato notato che gli alimenti nervini, tra cui l’alcol, la teobromina e la caffeina contenuta nel caffè e nla teina del tè tendono a peggiorare la sintomatologia. Lo stesso possono fare alcuni farmaci, tra cui i comuni antinfiammatori. Queste sostanze dovrebbero essere quindi evitate ai pazienti affetti dalla sindrome di Menière, insieme ai farmaci antinfiammatori, rispetto ai quali il medico dovrebbe preferire la prescrizione di integratori naturali con effetti simili, ove possibile.

 

L’AHCC nella sindrome di Menière

Poiché la patologia è al momento incompresa, non sono disposibili degli studi specifici sul ruolo e sull’efficacia di AHCC nella sindrome di Menière. Vi sono però dei casi in cui si sono notati dei benefici tangibili dell’intergrazione di questa molecola fungina nella dita del paziente.

L’AHCC, infatti, ha un’importante attività antinausea, dimostrata soprattutto nei pazienti in terapia chemioterapica. Non è un effetto potente come quello dei farmaci specifici per questo sintomo ma, considerando che si tratta di un rimedio naturale senza effetti collaterali, dimostratosi efficace specie nel lungo periodo (i farmaci non possono essere assunti per periodi eccessivamente prolungati), può essere utile per ridurre l’incidenza delle crisi nel corso del tempo.

Coadiuvanti naturali per la sindrome di Goodpasture

La sindrome di Goodpasture è una malattia a patogenesi autoimmune e dalle cause sconosciute, che colpisce i reni e l’apparato respiratorio. Rientra tra le malattie rare riconosciute dall’Istituto Superiore di Sanità.

Si tratta di una delle patologie maggiormente debilitanti ma, soprattutto, di una condizione che, se non trattata, può avere esito fatale a causa della sintomatologia che provoca. Le terapie che oggi vengono utilizzate per mantenere lo stile di vita dei pazienti sono diverse, e in questo articolo ci concentreremo sull’utilità, oltre che delle terapie tradizionali, delle cure naturali per questa specifica sindrome.

 

La sindrome di Goodpasture: cos’è e quali sono i sintomi

La patologia è causata dall’attività dannosa di anticorpi che bersagliano alcune strutture specifiche dell’organismo, nota come autoimmunità, che può comparire in qualunque momento della vita.

La struttura besagliata è la membrana basale glomerulare, che si trova nei reni ma, a causa della somiglianza con le strutture polmonari, insorgono sintomi anche a carico di quest’organo.

Per quanto in alcune forme si possa selettivamente un coinvolgimento solo polmonare o solo renale, nella maggior parte dei casi la malattia coinvolge entrambi gli organi con sintomi bene evidenti:

  • Lato polmonare si riscontra tosse con sangue, dolore toracico e mancanza di respiro, dovuti alla forte infiammazione che può rompere i capillari sanguigni, e causare la presenza di sangue nel polmone con conseguenti difficoltà respiratorie;
  • Lato renale abbiamo la presenza di sangue e proteine nelle urine, oltre a gonfiore degli arti, del viso e ipertensione. Questi sintomi sono dovuti all’interruzione della funzionalità renale: poiché il rene è l’organo che si occupa di controllare la pressione, un suo malfunzionamento ne causa un innalzamento costante. Inoltre l’infiammazione ai reni causa la discesa del sangue e delle proteine che vengono filtrate (normalmente non dovrebbero) all’interno delle urine.

Le cause, come già accennato, ad oggi non si conoscono, per cui non abbiamo un’idea precisa del perché questa patologia compaia, anche se sembra che una base importante possa essere genetica, in quanto è molto più diffusa tra le persone in Nuova Zelanda rispetto al resto del mondo.

 

La terapia tradizionale per la sindrome di Goodpasture

La sindrome, se non trattata, ha generalmente un esito fatale, perché i sintomi diventano così gravi da essere incompatibili con la vita. È per questo motivo che le terapie tradizionali seguono due strade diverse (a parte il controllo dei sintomi stessi):

  • Gli immunosoppressori sono farmaci che abbassano il funzionamento del sistema immunitario, bersagliando soprattutto i linfociti che producono anticorpi (la causa vera e propria della patologia) e in questo modo riducendo l’attacco, e di conseguenza i sintomi. Questi farmaci a volte vengono limitati nell’uso a causa degli effetti collaterali considerevoli;
  • La plasmaferesi, una terapia non farmacologica che si basa sul prelievo del sangue, la sua centrifugazione e la successiva reimmissione all’interno dei vasi sanguigni. Questo processo, piuttosto lungo, è necessario perché la centrifugazione separa le parti pesanti del sangue (globuli rossi e bianchi) da quelle più leggere (il plasma). Le prime vengono reimmesse nel sangue mentre le seconde, che contengono anche gli anticorpi che contribuiscono alla generazione della malattia, vengono lasciate fuori, andando di fatto a togliere gli anticorpi che causano la patologia.

In casi estremi, in particolare di compromissione renale, si prende in considerazione la strada del trapianto d’organo.

 

L’importanza del supporto naturale

I supporti naturali che sono d’aiuto in questa sindrome, sono prevalentemente di due tipi e hanno lo scopo di migliorare lo stato sintomatico:

  • Il primo trattamento che si può utilizzare è basato sugli immunostimolanti come AHCC, che hanno l’effetto di stimolare il sistema immunitario. Tuttavia non viene stimolata la parte del sistema immunitario che produce anticorpi (immunità specifica), ma quella che protegge l’organismo dalle cause esterne, qualunque esse siano (immunità aspecifica), senza attaccare specificamente alcuna struttura. Questo permette soprattutto di evitare alcuni degli effetti collaterali dei farmaci che bloccano tutte le funzioni del sistema immunitario, lasciando così il corpo “scoperto” nei confronti di eventuali aggressioni da parte di patogeni esterni, anche di “patogeni opportunisti”, che in un organismo sano non causerebbero problemi.
  • Il secondo trattamento si basa sull’aggiunta di antiossidanti idrosolubili, il più frequente dei quali è la vitamina C. L’infiammazione causata dagli anticorpi porta ad uno stress ossidativo all’interno dell’organo, che peggiora ulteriormente la situazione. Riuscendo ad evitare questo stress, diventa possibile limitare i danni causati dall’infiammazione stessa, e ridurre soprattutto il dolore e i sintomi più gravi. Questo tipo di integrazione naturale va nella stessa direzione della terapia farmacologica, ovvero cercare di diminuire gli effetti della patologia sui singoli organi.

Cistite interstiziale e AHCC

La cistite interstiziale è una patologia cronica che causa dolori alla vescica e durante la minzione. Alcuni pazienti che ne soffrono percepiscono un dolore costante, mentre altri riferiscono di un disturbo ciclico, che prosegue per mesi. La patogenesi della cistite interstiziale è ignota, e ciò rende complicato l’approccio terapeutico.

In questo articolo cercheremo di capire che cos’è questa particolare tipologia di cistite, come si sviluppa e se l’assunzione di un integratore naturale a base di AHCC può aiutare nella riduzione del dolore percepito dal paziente.

 

Cos’è la cistite interstiziale

La cistite interstiziale è una malattia vescicale cronica che colpisce sia uomini che donne ma con maggiore frequenza in quest’ultime. L’età, invece, sembra non essere un fattore determinante nell’insorgenza di questa patologia.

Tra le ipotesi circa le possibili cause, vi sono le infezioni, sia batteriche che virali e alcune tipologie di interventi chirurgici alla vescica.

Il dolore sperimentato dal paziente è causato dal contatto dell’urina, contenente sostanza tossiche e la parete della vescica, privata del rivestimento interno della vescica, che separa l’urina dalle cellule mucose. Le cellule della vescica, il danneggiamento della parete da parte dell’urina, secernono delle sostanze dette glucosaminoglicani, che hanno una funzione protettiva. Nella cistite interstiziale la capacità di secrezione di queste sostanze viene meno, e ciò causa un contatto continuo tra l’urina e la parete, che infiammazione e dolore, sintomi che nel tempo non svaniscono perchè il rivestimento mucoso non si rigenera.

I sintomi sono quelli tipici delle cistiti, con la differenza che il dolore, nella forma intestiziale, è continuo, e può portare a conseguenze più gravi come dolore ai testicoli nell’uomo, problemi all’apparato riproduttore secondari a quelli vescicali e disturbi psicologici, derivanti dal persistere del dolore.

La diagnosi non è immediata. Il paziente viene sottoposto a cistoscopia, un esame che permette l’osservazione diretta tramite endoscopio della parete vescicale, in cui si può notare la presenza di eventuali ulcerazioni, tipiche di questa malattia. Questo esame diagnostico deve essere fatto in anestesia. Il medico procederà anche al prelievo di una piccola porzione di vescica per confermare la diagnosi dal punto di vista istologico (osservazione al microscopio del tessuto).

Terapie per la cistite interstiziale

Le terapie per la cistite interstiziale sono di tipo sintomatico, cioè mirano a ridurre il dolore.

Possono essere terapie orali, consistenti nell’assunzione di antinfiammatori, analgesici e antistaminici. Per quanto i granulociti eosinofili non siano coinvolti nella patogenesi, è stato notato che gli antistaminici portano ad un miglioramento nella cistite interstiziale. Spesso si associano anche degli psicofarmaci, perché si rende necessario rimuovere il disturbo psicologico causato dal dolore.

Esistono anche delle terapie endovescicali, ovvero delle  iniezioni che vengono effettuate direttamente all’interno della vescica, a base di acido ialuronico e condroitinsolfato, che hanno lo scopo di stimolare la rigenerazione della mucosa vescicale, attraverso la stimolazione della crescita del tessuto connettivo che nutre la mucosa. Non è invece possibile inserire in vescica i fattori di protezione, poichè non è possibile “spalmarli” sulla mucosa e che, se inseriti, verrebbero comunque espulsi in poche ore attraverso l’urina.

La diagnosi precoce è fondamentale: prima inizia la terapia e maggiori sono le possibilità di tenere sotto controllo la malattia fino ad una remissione totale dei sintomi.

 

Il ruolo di AHCC nella cistite interstiziale

Benchè non vi siano molti studi specifici sugli effetti di AHCC nella cistite interstiziale, numerosi pazienti hanno rilevato una diminuzione dei sintomi a seguito di un periodo prolungato di assunzione dell’integratore, sia singolarmente sia in associazione ai farmaci prescritti dal medico.

La diminuzione del dolore potrebbe essere dovuta al miglioramento delle difese immunitarie vescicali. AHCC ha infatti un’attività immunostimolante..

Poiché una delle cause del dolore nella cistite interstiziale è la proliferazione batterica all’interno della vescica, stimolare il sistema immunitario permetterebbe di attivare un meccanismo di difesa che consentirebbe di evitare il danno continuativo alla mucosa. L’AHCC, come qualsiasi altro integratore alimentare, non può essere considerato una soluzione definitiva alla malattia, perché è comunque necessario proseguire con le terapie farmacologiche. Di certo agire sul sistema immunitario, rafforzandolo, permette un miglioramento della sintomatologia primaria e della salute dell’intero organismo, che risente dello stress e della debilitazione causati dalla condizione patologica.

E’ bene ricordare che AHCC può essere assunto in associazione con altre terapie naturali e farmacologiche, ma sempre sotto controllo medico.

 

Integratori per la dermatomiosite

La dermatomiosite è una condizione medica caratterizzata dall’infiammazione e dal danneggiamento progressivo della pelle e dei muscoli scheletrici che ricopre. Si tratta di una patologia particolare, perché si presenta in genere insieme ad altre malattie infiammatorie, e può essere accompagnata da sintomi più o meno gravi.

Al momento le cause che portano allo sviluppo di questa patologia sono sconosciute, ma per certo si sa che essa fa parte del vasto complesso di malattie autoimmuni che possono colpire l’essere umano, nonostante si tratti di una delle varianti meno comuni. Come per le altre autoimmunità, è difficile poter usufruire di una terapia specifica, in grado di guarire dalla malattia o, quantomeno, di migliorare significativamente la qualità dei vita del paziente.

In questo articolo cercheremo di capire che cos’è la dermatomiosite, a che punto è arrivata la ricerca e quale ruolo hanno gli integratori alimentari nella riduzione della la sintomatologia.

La dermatomiosite

La dermatomiosite è una patologia che colpisce la pelle e i muscoli scheletrici nella loro accezione più ampia, comprendente anche il cuore (manifestandosi con una miocardite). I sintomi si possono, in generale, distinguere in due categorie:

  • Le alterazioni cutanee: che si manifestano come edema, che può comparire sul viso, sulle palpebre e sulle articolazioni, oppure sul ginocchio e sulle mani. Si possono riscontrare delle placche sopraelevate rispetto al resto della pelle;
  • Le alterazioni muscolari: al dolore al muscolo si aggiunge una perdita delle sua funzionalità, con impossibilità di contrarre i muscoli, che tende solitamente a peggiorare senza alcun cenno di miglioramento, in modo più o meno rapido. Se colpisce il muscolo cardiaco, la dermatomiosite può essere pericolosa per la stessa vita del paziente.

Anche se non accompagnata dalla sintomatologia tipica delle altre malattie autoimmuni, nella dermomiosite si possono presentare altri sintomi che riguardano, in qualche modo, sempre i muscoli: dalla disfagia (difficoltà alla deglutizione), alle difficoltà respiratorie dovute all’interessamento dei muscoli intercostali e del diaframma, passando per i problemi alle articolazioni.

La causa della dermatomiosite rimane ad oggi sconosciuta e, anche se la patogenesi è autoimmunitaria (cioè il sistema immunitario per motivi ignoti inizia ad attaccare strutture dell’organismo stesso), si suppone che si manifesti sia per cause genetiche, sia per cause infettive (come l’infezione da HIV, enterovirus, cytomegalovirus, parvovirus, Borrelia). Il ruolo di questi batteri nella patogenesi, tuttavia, al momento non è ancora stato chiarito.

 

La terapia farmacologica della dermatomiosite

Dal punto di vista farmacologico, la terapia più utilizzata (e praticamente l’unica) vista la generale estensione delle lesioni e la variabilità dei sintomi, è la terapia cortisonica. Poiché i sintomi sono causati da un’iperattivazione del sistema immunitario che attacca le proprie strutture, il cortisone a dosi immunosoppressive (che sopprimono l’attività immunitaria) permette di ottenere dei vantaggi soprattutto in termini di abbassamento del dolore, miglioramento della qualità della vita e possibilità di utilizzare i muscoli interessati dalla malattia.

Il trattamento farmacologico deve essere iniziato quanto prima e potrebbe protrarsi a lungo, fino alla totale remissione dei sintomi.

I malati di dermomiosite sono seguito da medico reumatologo.

 

Le integrazioni e le terapie complementari

A fianco delle indicazioni mediche, lo stile di vita sembra svolgere un ruolo fondamentale per il miglioramento del quadro clinico.

Ad oggi si dibatte in campo medico sull’utilità dell’attività fisica nel miglioramento dello stato generale di salute. Nei casi che interessano le articolazioni, fare attività può essere d’aiuto soprattutto per evitare che esse si possano bloccare.

Dal punto di vista alimentare, una dieta che non stimoli l’avanzare dell’infiammazione è, in generale, utile, in particolar modo se supportata da specifiche integrazioni che aiutino la terapia farmacologica, come le seguenti.

  • Integratore di AHCC: si tratta di un prodotto che ha lo scopo di aiutare il sistema immunitario debilitato dalla terapia cortisonica. E’ un integratore che ha un’attività selettiva sulle cellule del sistema immunitario, in quanto non stimola quelle dell’immunità specifica (che attaccano l’organismo stesso, e che quindi sono la causa del danno), ma solo quelle dell’immunità specifica che combattono virus e batteri esterni quando il cortisone riduce indistintamente l’attività del sistema immunitario. In pratica, si supporta il sistema immunitario a combattere eventuali altre patologie senza peggiorare la situazione nel suo complesso;
  • Acidi grassi Omega-3: poiché il problema è l’infiammazione, essi aiutano il cortisone nell’attività antinfiammatoria. Gli Omega-3 contenenti EPA (acido eicosapentaenoico) sono precursori degli eicosanoidi antinfiammatori, che abbassano l’attività infiammatoria nei muscoli e nella pelle, ottenendo in questo modo un miglioramento della sintomatologia. Non possono sostituire il cortisone, ma il loro utilizzo permette l’abbassamento del dosaggio del farmaco.
  • Probiotici: hanno dimostrato di avere anch’essi un’attività antinfiammatoria, grazie ad una modulazione in negativo del sistema immunitario. Se il microbiota intestinale, la flora batterica, non è ottimale (disbiosi), gli effetti infiammatori del sistema immunitario tendono ad aumentare. I probiotici sono utili per contrastare questo effetto e, tra l’altro, possono ottenere un aiuto (effetto sinergico) dall’assunzione contemporanea di AHCC, che costituisce in parte il loro nutrimento, grazie ad un’azione prebiotica.

Come trattare l’anemia perniciosa autoimmune

L’anemia perniciosa, detta anche anemia di Addison-Biermer, è una malattia cronica nella quale la produzione di globuli rossi, come in tutte le anemie, è diminuita. Tuttavia nell’anemia perniciosa si individua la causa di questa diminuzione nella carenza di vitamina B12, una delle componenti fondamentali per la crescita e lo sviluppo della funzionalità dei globuli rossi.

Si tratta di una condizione non debilitante, se opportunamente trattata, che in ogni caso richiede un trattamento per tutta la vita, andando ad integrare il componente che manca all’organismo, la vitamina B12.

In questo articolo cercheremo di spiegare la patogenesi e la terapia di questa patologia, facendo un focus su alcuni trattamenti interessanti ed alternativi all’integrazione alimentare di vitamina B12.

 

L’anemia perniciosa autoimmune

Perché, ad un certo punto della vita, l’organismo sviluppa l’anemia da carenza di vitamina B12? Le cause possono essere sostanzialmente due, una più semplice che fa capo alla mancanza di vitamina dovuta ad un regime alimentare che non ne permette la corretta assunzione e l’altra più complessa, data dall’autoimmunità. In questo secondo caso si tratta di una vera e propria malattia dell’organismo, non curabile attraverso la semplice integrazione di vitamina B12.

Le malattie autoimmuni sono circa 80 e sono tutte caratterizzate da un sistema immunitario che, per cause ancora al vaglio dei ricercatori, danneggiano alcune strutture dell’organismo.

Nell’anemia perniciosa, nella fattispecie, gli anticorpi prodotti dall’organismo si dirigono, attaccandolo, verso il fattore intrinseco, una proteina che viene prodotta dallo stomaco. La funzione di questa proteina è di permettere l’assorbimento della vitamina B12; questa vitamina, infatti, non viene assorbita se nell’intestino non è presente il fattore intrinseco.

Allo sviluppo dell’anemia il fattore intrinseco viene improvvisamente a mancare, e ciò provoca l’impossibilità dell’organismo di assorbire la vitamina. Poiché l’organismo ha grandi riserve di vitamina B12, che si trovano nel fegato, la patologia non si manifesta subito. In seguito, invece, iniziano a presentarsi sintomi molto generici come depressione, mal di testa, fatica cronica, che tendono a peggiorare sempre più. La diagnosi di anemia è semplice e si fa sottoponendosi a delle comuni analisi del sangue, così come la rilevazione di bassi quantitativi di B12.

 

Il trattamento dell’anemia perniciosa

Il trattamento di questo tipo di anemia si basa sull’inoculazione di vitamina B12 nel sangue.  Poiché la vitamina B12 non può essere assorbita dall’apparato digerente essa viene iniettata una volta al mese. La grande quantità di vitamina inserita all’interno del circolo ematico va a compensare il basso livello residuo e a costituire delle riserve che verranno utilizzate dal corpo nei giorni e nelle settimane successive all’iniezione.

Tuttavia, in base alla gravità della situazione, esistono altre soluzioni per cercare di trattare l’anemia perniciosa.

La prima via è sempre l’integrazione per via orale di vitamina B12. Questa patologia, infatti, può avere gravità diverse, a seconda di quanto il sistema immunitario attacca il fattore intrinseco. Se questo attacco non è eccessivo, può essere sufficiente assumere tutti i giorni una compressa di vitamina B12, senza dover ricorrere all’iniezione.

Diversamente, se l’attacco è forte, le scorse si esauriranno in poco tempo e l’assorbimento dell’intergratore sarà praticamente impossibile, rendendo indispensabile il ricorso all’iniezione.

Nei casi più gravi può essere utile rivolgersi alla medicina alternativa, utilizzando dei prodotti che riducano la risposta immunitaria dell’organismo contro il fattore intrinseco, in grado di coadiuvare le terapie tradizionali.

Benchè non vi siano evidenze scientifiche specifiche, gli integratori di AHCC si sono mostrati molto utili nel trattamento delle malattie autoimmuni più diffuse che con dell’anemia perniciosa condividono il meccanismo patogenetico. L’estratto che compone il prodoto è un derivato del fungo Lentinula edodes o Shiitake, che permette di ridurre la risposta immunitaria specifica potenziando invece la risposta immunitaria aspecifica. La molecola AHCC nutre e stimola l’azione delle popolazioni di globuli bianchi che non producono anticorpi ma attaccano unicamente le sostanze estranee all’organismo, tra cui i patogeni.  Migliorando la sintesi di queste linee cellulari si riduce la risposta immunitaria anticorpale, quindi l’attacco al fattore intrinseco.

I risultati delle terapia coadiuvante necessitano di essere valutati scientificamente tuttavia, l’assenza di effetti avversi dovuti all’assunzione di AHCC, permette testare l’assunzione dell’integratore per verificare se ha prodotto un aumento del quantitativo di B12 circolante.

Nei casi in cui l’integrazione per via orale risulti efficace, si potrà diminuire la frequenza delle iniezioni, migliorando la qualità di vita del paziente.

Proprietà anticarie del fungo Shiitake

Uno dei problemi odontoiatrici più frequenti nella popolazione, e in particolar modo nei bambini, è la carie dentale. Si tratta di una degenerazione dei tessuti del dente causata da una proliferazione eccessiva dei microrganismi, che corrodono gli strati superficiali dell’elemento dentario come lo smalto e la dentina.

La causa principale dell’insorgenza della carie è la scarsa o non corretta igiene orale, che permette ai residui alimentari di rimanere all’interno delle cavità dentali dove si depositano e fungere da alimento per i batteri che  così proliferano all’interno della cavità orale. Gli zuccheri, in particolare, sono il nutrimento preferito dai batteri, per questo un alto consumo di alimenti dolci aumenta la probabilità di insorgenza della carie.

Poiché i tessuti molli non si rigenerano, le conseguenze della carie possono arrivare fino alla rimozione dell’elemento dentario danneggiato. E’ quindi fondamentale prevenire l’insorgenza di questa patologia, riconoscendo anzitutto il meccanismo che la favorisce.

Adottare un’alimentazione sana, priva di zuccheri, dovrebbe essere già sufficiente a garantire la salute dei denti tuttavia, visto che uno stile corretto viene adottato da poche persone, in questo articolo andremo ad approfondire le proprietà anticarie del fungo Shiitake, o Lentinula edodes, già noto perchè da esso si ricava la preziosa molecola AHCC, che si è rivelato un alimento alleato della nostra salute orale.

 

Come si forma la carie

Il processo di formazione della carie è di facile comprensione, tuttavia vi sono dei fattori su cui è opportuno focalizzare l’attenzione.

In bocca sono presenti costantemente tantissime specie batteriche definite commensali, che si nutrono di ciò che noi mangiamo e che, oltre a non poter essere eliminati, hanno anche degli effetti benefici. Il principale è la competizione con i batteri patogeni, che potrebbero provocare malattie in pochissimo tempo, se non fossero impegnati a competere per le risorse nutritive.

Fin quando tra batteri sussiste una situazione di equilibrio, non vi sono problemi: noi mangiamo ciò di cui anche i batteri si nutrono ma poi, grazie all’igiene orale, la carica batterica diminuisce fino al pasto successivo. Se questo equilibrio si interrompe possiamo avere un aumento delle popolazioni batteriche che in condizioni normali non sono patogene. La loro crescita eccessiva può provocare la carie. La fase successiva, se il dentista non interviene tempestivamente per rimuovere la lesione dal dente, è la pulpite, accompagnata da dolore che via via si fa più acuto.

Vi sono quindi quattro componenti che permettono la formazione della carie: la presenza di batteri, i fattori predisponenti come per esempio la fragilità dentale, la permanenza a lungo della zucchero in bocca e il tempo.

Agendo su uno o più di questi fattori, quindi curando l’igiene orale e aumentandone la  frequenza, oltre a migliorare lo stile alimentare, si può evitare di incorrere nella carie anche per tutta la vita.

Se siamo soggetti a rischio, inoltre, possiamo mettere in campo anche altri mezzi, in grado di milgiorare la salute della bocca. Uno dei principali è il colluttorio che, a differenza del dentifricio, è un vero e proprio disinfettante, in grado di eliminare drasticamente la carica batterica. Un altro metodo piuttosto efficace è l’uso di alimenti naturali in grado di sfavorire la sovracrescita batterica, come il fungo Shiitake.

 

Il fungo Shiitake nella prevenzione della carie

Tra i batteri spesso implicati nel processo di formazione della carie sono due specie del genere Streptococcus, ovvero Streptococcus mutans e Streptococcus sobrinus. Si tratta di batteri normalmente presenti in bocca di cui, in generale, non ci si può liberare facilmente. Lo  Shiitake, invece, ha mostrato di avere un’attività antibatterica nei confronti di questo genere di batteri. A differenza di altri antibatterici come il collutorio, l’inibizione dello Shiitake è selettiva, agisce solo sui batteri patogeni, bloccandone la crescita. Per poter ottenere questo benefici dall’assunzione del fungo, è necessario masticarlo perchè possa entrare in contatto diretto con i batteri e consumarlo con una certa frequenza.

Da notare che l’assunzione è utile a scopo preventivo solo nei casi in cui la carie non si sia ancora formata, oppure la sia nelle fasi iniziali, e ciò perchè la carie è una denegerazione del tessuto dentale, che in nessun modo può ricrescere se non attraverso un intervento odontoiatrico atto a sostituire la parte persa con del tessuto artificiale.

Ecco quindi che la prevenzione assume un’importanza fondamentale e lo Shiitake, in questo senso, può aiutare molto.

Fonte: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/B9781845694180500124

 

Integratori alimentari per la Miastenia Grave

Una delle patologie di origine autoimmune più diffuse nella popolazione mondiale è la miastenia grave, conosciuta anche con il suo nome latino miastenia gravis.

Si caratterizza principalmente per una debolezza muscolare che, nel tempo, tende a peggiorare.

Si tratta di una delle poche malattie autoimmuni di cui si siano registrati casi di remissione completa.

Grazie alle terapie disponibili, i pazienti ad oggi riescono a condurre una vita quasi normale, riuscendo a tenere sotto controllo i sintomi della malattia anche nei casi più gravi.

In questo articolo andremo a descrivere la miastenia gravis, partendo dai sintomi per arrivare alle terapie farmacologiche ad oggi più indicate e ai rimedi naturali basati sull’assunzione di integratori alimentari, coadiuvanti dei trattamenti medici.

 

La miastenia gravis: cos’è e quali sono i sintomi caratteristici

La miastenia gravis, come tutte le altre malattie autoimmuni, è caratterizzata da anticorpi specifici che attaccano le strutture dell’organismo. In particolare, in questa patologia, vengono prodotti degli anticorpi che attaccano i recettori colinergici postsinaptici, inibendo l’effetto del neurotrasmettitore acetilcolina.

Possiamo capire meglio ciò cge accade con un esempio: tra due nervi (nella struttura detta sinapsi) c’è un piccolo spazio all’interno del quale viaggiano i neurotrasmettitori. Questi vengono liberati dal primo nervo quando arriva l’impulso nervoso, e vengono recepiti dal secondo che trasforma nuovamente il messaggio in un impulso nervoso. Così il cervello può mandare i propri segnali ai muscoli dell’organismo.

I neurotrasmettitori bersagliano i recettori che si trovano sul secondo nervo, passando il messaggio.

Nella miastenia gravis questo meccanismo di trasmissione viene meno perché l’acetilcolina (un neurotrasmettitore) viene liberato, ma non riesce a raggiungere la seconda parte della sinapsi, quella in cui il recettore è stato attaccato. Così il muscolo non viene stimolato e non si contrae, anche se la volontà c’è.

Alcuni muscoli sembrano essere più colpiti di altri, come i muscoli che muovono l’occhio, quelli che controllano l’espressione facciale, la masticazione, la parola e la deglutizione, benchè non sia raro trovare delle forme “atipiche” che interessano altri muscoli.

Vi sono due terapie indicate per il trattamento di questa patologia:

  • La terapia immunosoppressiva, che ha lo scopo di inibire l’attività del sistema immunitario, quindi la liberazione di anticorpi, per diminuire l’attacco di questi alle strutture nervose;
  • La terapia anticolinesterasica, che migliora lo stimolo perché impedisce la ricaptazione dell’acetilcolina (dopo aver stimolato il secondo nervo, l’acetilcolina torna nel primo, per poter poi stimolare di nuovo). In questo modo la concentrazione del neurotrasmettitore nella sinapsi rimane sempre elevata, e c’è più possibilità che l’impulso nervoso passi, riducendo i sintomi.

A queste due terapie farmacologiche si può affiancare, in alcuni casi, una terapia chirugica, necessaria quando la lesione è fortemente localizzata in alcuni punti.

La medicina naturale, da tempo riconisciuta per il suo ruolo di coadiuvante delle terapie mediche, consiglia l’assunzione di due integratori specifici, in grado di contribuire alla riduzione dei sintomi, se associati ai farmaci.

 

Le integrazioni alimentari per la Miastenia Gravis

Gli integratori più indicati nei casi di Miastenia Gravis sono l’AHCC e la vitamina D3, in dosi piuttosto elevate.

Vediamoli più nel dettaglio:

  • L’AHCC è un integratore alimentare che ha mostrato la sua utilità non tanto sulla patologia quanto, più in generale, in tutte le malattie autoimmuni. Si tratta di una molecola in grado di nutrire le popolazioni leucocitarie (i globuli bianchi), in particolare quelli dell’immunità aspecifica (linfociti Natural Killer, granulociti neutrofili). Questo permette di aumentare la quantità di leucociti circolanti diminuendo quella dei linfociti che producono anticorpi; così facendo si riduce la quantità di anticorpi circolanti senza intaccare le difese immunitarie (già messe a dura prova dal farmaco immunosoppressore). Senza rendere l’organismo vulnerabile si riescono aad ottenere una diminuzione dei sintomi della malattia;
  • La vitamina D3, il cui meccanismo d’azione nella miastenia gravis non è ancora chiaro, a causa del basso numero di studi scientifici, in dosi piuttosto elevate, si è dimostrata in grado di migliorare anche casi particolarmente seri. Sono necessari ulteriori studi in questo senso, ma è comunque un’integrazione utile da prendere in considerazione.

Con il tempo, in alcuni pazienti, può essere sospesa la terapia farmacologica, mentre in altri è necessaria un’assuzione a vita dei farmaci. Gli integratori si affiancano e non sostituiscono la terapia medicina.

Il loro dosaggio, così come quello dei farmaci, va concordato con il proprio medico, che valuterà periodicamente i progressi del paziente e il decorso della malattia, operando eventuali modifiche ai dosaggi.

 

Fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4734680/

 

Effetti dell’assunzione di AHCC nel morbo celiaco

La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine, un complesso alimentare costituito prevalentemente da proteine.

Si tratta di una patologia di origine sia genetica che ambientale, che porta chi ne soffre a dover evitare l’ingestione di alimenti contenente una specifica glicoproteina chiamata gliadina, che fa parte della struttura chiamata glutine.

Ad oggi la medicina non è stata ancora in grado di individuare una cura per la celiachia, tuttavia l’eliminazione dalla propria dieta degli alimenti contenenti il glutine, determina la scomparsa dei sintomi della malattia, permettendo ai pazienti di concorre una vita normale. Il mercato si è adattato alla crescita del numero di soggetti celiaci, mettendo in commercio prodotti specifici, mentre locali e ristoranti, complice anche una normativa molto stringente che li obbliga a comunicare in maniera chiara ed esaustiva il contenuto dei loro piatti, propongono menù per celiaci e, più in generale, per persone con intolleranze.

Con i sintomi della celiachia, però, il paziente dovrà fare i conti per tutta la vita, in quanto sicuramente gli capiterà di incappare nell’acquisto alimenti in cui sarà presente un ingrediente occulto e nocivo, in modo particolare questo vale per quelli fatti in casa.

Per questo è importante conoscere i benefici dell’assunzione di una molecola naturale come l’AHCC, che compone diversi integratori alimentari specifici, nei pazienti affetti da morbo celiaco e che permette di evitare la sintomatologia legata alla malattia.

 

Come si sviluppa la celiachia

Per capire come AHCC possa agire contro la celiachia, è importante comprendere la patogenesi della malattia.

L’organismo dei soggetti celiaci attacca specifiche strutture intestinali stimolate dalla presenza della gliadina, che si lega alle cellule dell’intestino. È a questo punto che i linfociti T CD4+, una popolazione di globuli bianchi, iniziano ad attaccare queste strutture, portando alla perdita dei villi intestinali. I villi sono strutture normalmente allungate, sopraelevate rispetto al resto della mucosa, a causa della distruzione dei quali l’intestino diventa una lunga parete piatta.

La loro funzione è quella di permettere l’assorbimento dei nutrienti nell’intestino, aumentando la superfice di contatto tra il cibo e l’intestino. Il danno alla mucosa riduce molto questa superfice, e questo causa il sintomo principale della celiachia, che è il malassorbimento intestinale.

Al malassorbimento sono poi collegati molti altri sintomi, tra i quali:

  • diarrea, dovuta al malassorbimento, e conseguente mancato aumento di peso;
  • dolore addominale, dovuto soprattutto ai danni della mucosa intestinale;
  • proliferazione batterica nell’intestino tenue, causata dal fatto che le mucose danneggiate diventano un ambiente molto più favorevole allo sviluppo dei patogeni rispetto ad un intestino sano;
  • sintomi secondari a carico degli altri organi come le ossa, o a problemi alla coagulazione del sangue legati soprattutto alla mancanza di vitamine e minerali, che non sono stati assorbiti dall’intestino.

Azione di AHCC nel morbo celiaco

Come abbiamo già visto, la patogenesi della celiachia è una funzione immunitaria che agisce direttamente nell’intestino e che rende difficile tenere a bada la malattia quando i linfociti si attivano. Evitando di ingrerire alimenti che contengono glutine, si impedisce l’attivazione della stessa.

L’AHCC può invece aiutare a minimizzare i sintomi della celiachia, in particolare quelli legati alla proliferazione batterica intestinale. Infatti la molecola del fungo Shiitake ha sia un’attività prebiotica che un’attività immunomodulante, che stimola le popolazioni linfocitarie che fanno parte dell’immunità aspecifica (quindi non i linfociti che attaccano l’intestino in corso di celiachia, ma altre popolazioni che non interagiscono con la mucosa intestinale).

Questo porta rispettivamente a due effetti:

  • l’effetto prebiotico permette di nutrire le popolazioni batteriche “buone”, favorendone la crescita ed evitando allo stesso tempo la crescita di eventuali patogeni che potrebbero approfittare dei problemi intestinali in essere;
  • l’effetto immunomodulante permette un’attivazione del sistema immunitario che consente di tenere a bada i batteri combattendoli, ed evitando che possano sviluppare le rispettive patologie.

Nel momento in cui viene mangiato del glutine, quindi, i danni alla mucosa ci saranno comunque (ed è per questo che, in generale, questa sostanza non deve essere ingerita), e così il malassorbimento e altri  sintomi come la diarrea. Sarà però possibile evitare che la proliferazione batterica che causa i dolori addominali e patologie secondarie, che spesso rappresentano un problema più importante dell’ingestione del glutine stesso, e che possono causare un malessere generale che dura anche per alcuni giorni.

Nel complesso, quindi, l’AHCC risulta un supporto molto utile in caso di ingestione sporadica, volontaria o involontaria, di glutine, e permette di evitare i sintomi più gravi che il morbo può provocare. L’integratore deve essere assunto nei giorni precedenti e successivi all’ingestione del glutine e, per quanto non possa guarire dalla celiachia, permette di ottenere un sensibile miglioramento della qualità della vita del paziente.

 

Morbo di Basedow: diagnosi, fattori di rischio e trattamenti naturali

Il morbo di Basedow, conosciuto anche come morbo di Graves, rappresenta ad oggi la causa più comune di ipertiroidismo in medicina umana. Comunemente definito gozzo, dal caratteristico aumento uniforme del volume della tiroide senza noduli che si ispessiscono più di altri, è una patologia di complesso approccio terapeutico.

Inizialmente può essere difficile da riconoscere e da diagnosticare, principalmente perché i sintomi sono lievi, ma con l’andare del tempo il quadro clinico tende a peggiorare.

Ad oggi la causa del morbo di Basedow sembra essere autoimmune; nonostante l’incertezza scientifica, in questo articolo cercheremo di valutare le possibilità offerte da chi soffre di questa patologia dall’assunzione prolungata della molecola AHCC contenuta in un integratore alimentare chiamato NKLife AHCC, che migliora l’efficienza del sistema immunitario.

 

Il morbo di Basedow

Le cause del morbo sembrano essere dovute ad una serie di componenti sia genetiche sia autoimmuni.

Nel sangue delle persone affette da questa patologia, infatti, vengono trovati anticorpi diretti contro il recettore del TSH, l’ormone ipofisario prodotto dal cervello che stimola la tiroide a produrre i propri ormoni (tiroxina e triiodotironina). Se questi anticorpi attaccano i recettori dell’ormone, attivano la tiroide e la stimolano a secernere molti più ormoni rispetto a quanto farebbe normalmente.

Tra i sintomi della malattia vi sono una sudorazione eccessiva, l’esoftalmo (l’uscita degli occhi dalle orbite di qualche millimetro), l’ingrandimento della tiroide (o ipertiroidismo, la tiroide si ingrandisce perché lavora molto di più), diarrea, problemi dell’apparato cardiocircolatorio come la tachicardia (che può causare anche nervosismo e stati d’ansia), tremori e debolezza muscolare.

All’inizio i sintomi sono molto lievi tanto da far pensare a problemi legati alla sfera psicologica come lo stress, ma l’ingrandimento della tiroide e gli esiti degli esami ecografici ed ematologici con la ricerca degli anticorpi anti-TSH non lasciano molti dubbi sulla natura del problema.

La terapia classica si basa sull’assunzione di:

  • farmaci tireostatici, che hanno lo scopo di “mettere a riposo” la tiroide in modo che produca meno ormoni e vengano limitati i sintomi;
  • farmaci immunosoppressivi, che hanno invece lo scopo di limitare l’azione del sistema immunitario sulla tiroide, limitando i danni.

La terapia tireostatica è relativamente innocua, mentre quella immunosoppressiva potrebbe rappresentare un problema per il paziente soprattutto per l’abbassamento dei globuli bianchi circolanti, che potrebbero portare ad una diminuzione delle difese immunitarie, lasciando per esempio spazio allo sviluppo delle malattie infettive.

Per questo motivo la terapia viene attentamente calibrata sul singolo paziente e, soprattutto, si cerca di limitare gli effetti collaterali, anche a scapito di un nuovo peggioramento della sintomatologia.

È in questo quadro che si inserisce l’AHCC con le sue benefiche proprietà.

 

AHCC nel trattamento del morbo di Basedow

L’AHCC è un polisaccaride che, stando alle conoscenze scientifiche odierne, non ha un’interazione specifica con la tiroide, ma ha un effetto sul sistema immunitario. Per questo motivo non interagisce in alcun modo con la terapia tireostatica, tuttavia ha il potere di contribuire a limitare la terapia immunosoppressiva, con relativa diminuizione del dosaggio del farmaco.

L’AHCC è infatti in grado di stimolare l’immunità aspecifica nell’organismo potenziando alcune linee cellulari bianche e stimolandole alla replicazione; le linee maggiormente interessate sono i linfociti Natural Killer, cellule che combattono qualunque antigene sia presente nell’organismo e che non venga riconosciuto come proprio, o self.

L’assunzione di questa molecola è utile principalmente per due motivi:

  • stimolando nell’organismo l’immunità aspecifica, si ha una riduzione delle cellule che fanno parte dell’immunità specifica, tra cui i linfociti, che producono proprio gli anticorpi che attaccano la tiroide (perché, per una causa sconosciuta, riconoscono la tiroide come un organo “pericoloso”, da attaccare);
  • il miglioramento dell’immunità specifica migliora la difesa verso i patogeni esterni, e questo significa che la persona affetta dal morbo di Basedow ha la possibilità di resistere meglio alle malattie infettive, anche in presenza della terapia immunosoppressiva.

Al momento non ci sono studi clinici specifici che mettano in relazione l’assunzione di AHCC con un miglioramento dei sintomi del mordo di Basedow, tuttavia sono numerosi i lavori che hanno mostrato un’evidenza correlazione tra l’AHCC e il miglioramento della sintomatologia nei pazienti affetti dalle più comuni malattie autoimmuni come il Lupus Eritematoso Sistemico, l’artrite reumatoide e la colite ulcerosa, e ciò permette ipotizzare dei miglioramenti anche per questa patologia.

L’assunzione di AHCC deve essere continuativa e, considerando la stretta necessità di personalizzazione della terapia immunosoppressiva, il medico deve essere assolutamente informato della decisione del paziente di affidarsi a questa integrazione. Ricordiamo che lo scopo dell’assunzione di AHCC non è la cura dalla patologia (ad oggi non si conosce una cura), né la ripresa della funzionalità dell’organo, ma la riduzione degli effetti collaterali dovuti alla terapia immunosoppressiva, che spesso influenzano in negativo la qualità della vita del paziente anche più della patologia stessa.

 

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