Può un integratore aiutare i pazienti affetti da Diabete?

Il diabete è una delle malattie metaboliche più diffuse ai giorni nostri, soprattutto in relazione ad una cattiva alimentazione che si protrae, spesso, per tutta la vita.

È un disturbo che, per cause varie, scaturisce dalla perdita di capacità dell’organismo di produrre insulina, unico ormone ipoglicemizzante che abbiamo. Nel nostro corpo, infatti, ci sono diversi ormoni iperglicemizzanti, cioè che aumentano la glicemia, ma solo uno che la abbassa. La perdita della capacità di produzione dell’insulina (o la resistenza da parte del corpo alla sua azione), lascia costantemente la glicemia altissima.

Il problema, nel diabete, è che lo zucchero rimane nel sangue e non entra nelle cellule, che non sono più in grado di svolgere la loro funzione. È per questo che il diabete, alla lunga, danneggia il corpo addirittura fino alla morte: è come se la nostra macchina fosse piena di benzina (il glucosio) ma questa fosse tutta nell’abitacolo, e non avesse modo di arrivare al motore, per cui la macchina non funziona.

La terapia di elezione per il diabete è la somministrazione di insulina che, per ovvi motivi, corregge il disturbo. Se l’insulina non viene prodotta dal corpo la si inietta ottenendo lo stesso effetto. Questa terapia riesce a minimizzare i sintomi del diabete e a prolungare l’aspettativa di vita del paziente ma non è risolutiva. Somministrare insulina è come mettere su una ferita un cerotto, pur sapendo che la ferita non si riemarginerà mai: si può solo tamponare e poi tamponare nuovamente, e così via per tutta la vita.

L’AHCC come terapia per il diabete

Proprio perche l’insulina non risolve il diabete ma si limita a eliminarne i sintomi, la ricerca è molto attiva sul fronte delle soluzioni per il diabete e una di queste sembra essere l’AHCC, una molecola naturale che si trova nel fungo Shiitake, molto diffuso nei paesi orientali.

Dalle ultime ricerche pare che l’integratore abbia un effetto ipoglicemizzante, sicuramente molto più lento di quello dell’insulina ma comunque presente. Anche se al momento non ci sono garanzie sull’efficacia della terapia, ci sono evidenze molto importanti che fanno ben sperare i malati di diabete.

Di seguito citiamo gli studi effettuati sul rapporto tra AHCC e diabete, anche se risulta ancora sconosciuto il meccanismo d’azione che permette alla molecola di abbassare la glicemia, inducendo il glucosio a entrare nelle cellule.

  • Un primo studio è stato effettuato su alcuni ratti da laboratorio. In questi animali è stato somministrato un particolare farmaco, detto streptozotocina, che ha il compito di distruggere le Cellule di Langerans, le cellule del pancreas che producono insulina. A questi animali è stato indotto il diabete in pochissimi giorni. Gli animali sono stati poi divisi in due gruppi, alimentati in modo uguale, ma solo uno dei due è stato trattato con AHCC.  Nei ratti appartenenti al gruppo trattato con AHCC, il livello di glucosio ematico si era ridotto significativamente.
  • Un secondo studio è stato invece effettuato su tredici pazienti umani da un medico giapponese, il quale ha provato a rilevare la glicemia dopo sei mesi di trattamento, sia insulinico (classico) che con AHCC. I risultati sono stati sorprendenti: nei pazienti trattati con AHCC il livello di glucosio ematico era molto diminuito.
  • Il terzo studio non è un vero e proprio studio scientifico, ma un’osservazione effettuata da vari medici su pazienti con patologie completamente diverse dal diabete, trattati con AHCC. Questa molecola, in soggetti non diabetici, ha un effetto ipoglicemizzante, tanto che l’utilizzo è fortemente sconsigliato in pazienti con livelli bassi di glicemia (il problema contrario al diabete).

Dai tre studi è emerso un dato comune molto rilevante. Ad essere diminuita, infatti, non era semplicemente la glicemia, cioè il quantitativo di zucchero presente nel totale del sangue, ma anche un altro elemento che si chiama emoglobina glicata, una molecola importante nella valutazione del diabete.

Questa molecola identifica la glicemia a lungo termine, facendo osservare la situazione di diversi giorni prima. In pratica, se la glicemia del paziente è alta e viene somministrata insulina, la glicemia si abbassa subito, mentre l’emoglobina glicata si abbassa dopo diversi giorni. È vero anche il contrario: se la glicemia si alza in un dato momento, l’emoglobina glicata aumenterà solo dopo diversi giorni.

In tutti e tre gli studi si è riscontrata una percentuale di emoglobina glicata bassa, che fa capire come la glicemia bassa non fosse solamente un effetto temporaneo (il livello di insulina varia durante il giorno, ha alti e bassi, anche nel paziente diabetico). È stata questa osservazione, in particolare, a spingere i ricercatori a pensare che l’AHCC possa avere un effetto sulla riduzione della glicemia.

Ad oggi, la terapia con AHCC è ancora sperimentale e, sebbene la terapia insulinica non si possa comunque evitare, nel lungo periodo l’AHCC potrebbe essere molto utile per ridurre la glicemia.

In questi mesi si stanno effettuando molti studi su questa molecola, tra cui anche quelli per il diabete, mirati soprattutto a comprendere il meccanismo con cui questa molecola abbassa la glicemia. Scoprirlo porterebbe non solo ad affermare definitivamente che l’AHCC è utile nell’abbassamento della glicemia, confermando le conoscenze attuali, ma potrebbe essere addirittura un incipit per la ricerca di una vera e propria cura per il diabete che, ad oggi, non esiste, se si esclude il trapianto del pancreas o delle Isole di Langerans, con tutti i problemi che la chirurgia causa ai pazienti malati di diabete.

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